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Spese di personale – Limite salario accessorio – Individuazione valore di riferimento
Il Sindaco del Comune di Camporotondo Etneo chiede alla Corte dei Conti – sezione regionale di controllo per la Sicilia, di sapere “se il valore di spesa del trattamento accessorio determinato per l’anno 2016 per le posizioni organizzative negli enti senza la dirigenza debba essere riferito: 1.    alla ipotetica struttura organizzativa esistente nell’ente nell’anno 2016 e quindi all’ipotetica spesa per il trattamento accessorio per le posizioni organizzative che l’ente avrebbe potuto sostenere, nei limiti di spesa del personale all’epoca vigenti, sulla base della pesatura esistente nell’anno 2016;
2.    oppure se deve essere riferito al valore impegnato sul bilancio 2016 complessivo sia a titolo di indennità di posizione che a titolo indennità di risultato (senza tenere pertanto in considerazione le eventuali minori somme corrisposte per decurtazioni assenza per malattia o per mancato raggiungimento degli obiettivi);
3.    oppure se l’Ente deve fare riferimento a quelle effettivamente erogate e riferite all’esercizio 2016”.
Con deliberazione n. 172/2018/PAR del 03 ottobre 2018, la Sezione illustra che, a partire dal 01 gennaio 2017, nel computo del tetto di spesa rientrano tutte le risorse stanziate nel bilancio 2016 con vincolo di destinazione al trattamento accessorio del personale, indipendentemente da eventuali risorse derivanti da maggiori entrate.
Il limite massimo di spesa di riferimento, pertanto, non può essere quello quantificato tenendo conto della ipotetica struttura organizzativa né quello relativo alle somme effettivamente erogate e riferite all’esercizio 2016, piuttosto deve essere quello rappresentato dall’ammontare delle risorse stanziate in bilancio nel medesimo esercizio finanziario, nel rispetto del contratto di lavoro e dei vincoli di finanza pubblica.

Trattamento economico – Pagamento IRAP su compensi professionali legali interni – Soggetto passivo

Il Sindaco del Comune di Milano formula alla Corte dei Conti – sezione regionale di controllo per la Lombardia, una richiesta di parere in merito all’interpretazione della normativa relativa al pagamento dell’IRAP sui compensi professionali degli avvocati dell’ente.
In particolare, chiede “se il pagamento dell'IRAP dovuta dal Comune sui compensi professionali dei propri avvocati debba comportare, o meno, una corrispondente decurtazione della somma finale corrisposta al singolo avvocato a titolo di compenso professionale”.
Con deliberazione n. 267/2018/PAR del 10 ottobre 2018, la Sezione ritiene che il quesito meriti una risposta negativa, nel senso che il pagamento dell'IRAP dovuta dal comune sui compensi professionali dei propri avvocati non deve comportare una corrispondente decurtazione della somma finale corrisposta al singolo avvocato a titolo di compenso professionale, con la conseguenza che l’amministrazione non può operare, sugli importi corrisposti agli avvocati comunali a titolo di compensi professionali, la trattenuta dell'IRAP.
Quanto sopra rappresenterebbe la diretta conseguenza dell’individuazione dell’amministrazione quale soggetto passivo dell’obbligazione tributaria.
Tale considerazione si rinviene sia nella pronuncia delle Sezioni Riunite della Corte dei Conti, deliberazione n. 33 del 30 maggio 2010 (“l’Irap grava sull’amministrazione”), oltre che nella giurisprudenza giuslavoristica e amministrativa. Secondo il Collegio, del resto, proprio in quanto è l’ente pubblico ad essere debitore d’imposta, il medesimo è tenuto a costituire, nel rispetto dell’ordinamento contabile, la provvista necessaria al pagamento della medesima.
In particolare, in aderenza alla necessità di garantire adeguata copertura ad una qualunque spesa gravante sulle amministrazioni pubbliche e di rispettare il principio del pareggio di bilancio posto dall’art. 81 Cost..


Trattamento economico – Diritti di rogito – IRAP, oneri riflessi e quota massima erogabile

Il Sindaco del Comune di San Zenone degli Ezzelini interroga la Corte dei Conti - sezione regionale di controllo per il Veneto, con una richiesta di parere sulla necessità di stabilire se dalla quota spettante al segretario comunale per i diritti di rogito vadano decurtati gli importi riferibili agli oneri IRAP e ai contributi previdenziali a carico dell’ente (cosiddetto scorporo).
Con deliberazione n. 400/2018/PAR del 18 ottobre 2018, la Sezione illustra che il presupposto impositivo dell’IRAP si realizza in capo all’ente che eroga il compenso di lavoro dipendente, il quale rappresenta il soggetto passivo dell’imposta, ovvero colui che nella valutazione del legislatore, in quanto titolare di detta organizzazione, è tenuto a concorrere alle spese pubbliche, ai fini di detto tributo; dunque, l’onere fiscale non può gravare sul lavoratore dipendente in relazione ai compensi di cui è pacifica la natura retributiva.
Tale argomentazione è stata applicata dalla giurisprudenza ordinaria anche relativamente alla questione dei diritti di segreteria; ad esempio, il Tribunale di Parma - sezione lavoro, con sentenza n. 250/2017 ha espressamente previsto che l’IRAP non può “essere per legge trasferita come onere tributario a carico del dipendente, sottraendola dal quantum dovuto per i diritti di segreteria spettanti all’odierna ricorrente”.   Del resto, prosegue il Collegio, è ormai pacifico che l’IRAP non possa essere considerata rientrante nella categoria degli “oneri riflessi a carico dell’ente” ma tra gli “oneri diretti”. Quanto, invece, all’imputazione dell’onere derivante dall’applicazione del contributo CPDEL, i Giudici veneti illustrano che l’onere contributivo CPDEL rappresenta la trattenuta che viene effettuata al fine dell’accantonamento dei contributi pensionistici e può essere, pertanto, definito un onere previdenziale, rientrante a pieno titolo nella categoria degli oneri riflessi che ricadono sull’amministrazione, in conseguenza della corresponsione di emolumenti al personale dipendente.   Il contributo ex CPDEL è, di regola, posto parzialmente a carico del dipendente, e parzialmente a carico dell’ente, ognuno per la rispettiva aliquota di competenza, conseguendone, conseguendone che anche gli oneri riflessi sulle somme da erogare a titolo di diritti di rogito devono essere ripartiti tra comune e segretario secondo le regole ordinarie, non sussistendo alcuna previsione normativa espressa che consenta di derogare a tali regole.
Infine, per quanto riguarda il calcolo del monte salari di riferimento per quantificare in concreto i diritti di rogito da liquidare ai segretari comunali in qualità di ufficiali roganti, il Collegio ritiene evidente che solamente laddove la prestazione ordinaria di lavoro del segretario perduri per l’intero anno solare, l’attività da questi svolta quale ufficiale rogante debba essere retribuita mediante corresponsione dei diritti di rogito (nella misura massima di un quinto dello stipendio annuo) che saranno riscossi dall’ente.

Segretari, dirigenti e PO – Assegnazione dirigente ad altro incarico prima della scadenza – Trattamento economico

Il Sindaco del Comune di Gallarate formula alla Corte dei Conti – sezione regionale di controllo per la Lombardia, una richiesta di parere sull’interpretazione dell’art. 1, comma 18 del d.l. 238/2011, convertito nella l. 148/2011. In particolare, con il quesito si chiede di conoscere l’avviso della Sezione sulla inclusione o meno della retribuzione di risultato, nel “trattamento economico in godimento” del dirigente assegnato “ad altro incarico prima della data di scadenza”.
Con deliberazione n. 279/2018/PAR del 11 ottobre 2018, dopo aver ricostruito il quadro normativo richiamato nella richiesta di parere, illustra che l’art. 1, comma 18, del d.l. 238/2011, a fronte del vulnus arrecato alle garanzie di stabilità dell’incarico (il possibile passaggio anzitempo, indipendentemente dal merito, ad altro, per assicurare “funzionalità e flessibilità”) assicura al dirigente, come compensazione, il “trattamento economico in godimento”.
Una compensazione che, pur includendo tutti gli elementi della retribuzione, va contemperata con la disponibilità “del fondo per la retribuzione di posizione e di risultato o di altri fondi analoghi”, che non può essere superata per evitare la produzione di oneri non coperti.

Trasparenza, anticorruzione e privacy – Disegno di legge cd. “concretezza” – Parere Garante Privacy

L’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali ha pubblicato il provvedimento n. 464 del 11 ottobre 2018, con il quale fornisce parere favorevole sullo schema di disegno di legge recante “Interventi per la concretezza delle azioni delle pubbliche amministrazioni e la prevenzione dell’assenteismo".

Assenze – Permessi per motivi personali o familiari – Raccordo con disciplina previgente

Un ente interroga l’ARAN al fine di sapere se, relativamente alla disciplina dei permessi retribuiti per particolari motivi personali o familiari, per l’anno 2018, ai fini del rispetto del limite massimo di 18 ore annue previsto dall’art. 32, comma 1, del CCNL delle Funzioni Locali del 21.5.2018, occorre tenere conto anche dei giorni di permesso per motivi personali o familiari, di cui all’art. 19, comma 2, del CCNL del 6.7.1995, già fruiti dal dipendente prima del 21.5.2018. Con parere CFL10 del 09 ottobre 2018, l’Agenzia ricorda che, nonostante le modifiche alla disciplina, si tratta sempre dei permessi per particolari motivi personali o familiari, cambiando solo la modalità di fruizione da giornaliera ad oraria, come disposto dal nuovo contratto.
Pertanto, i tre giorni annui di permesso di cui si tratta si sono semplicemente “trasformati” nelle 18 ore annue e, conseguentemente, se un lavoratore, prima del 21.5.2018, ha già fruito di uno o più giorni di permesso per motivi personali, secondo la pregressa regolamentazione, questi dovranno essere, comunque, portati in detrazione dal monte delle 18 ore di permesso retribuito, di cui al sopra richiamato art. 32, comma 1.
In ogni caso, al fine della corretta determinazione del numero delle ore da detrarre, gli enti possono fare riferimento alle previsioni del comma 2, lett. e) del medesimo art. 32, secondo le quali i permessi orari di cui si tratta “possono essere fruiti, cumulativamente, anche per la durata dell’intera giornata lavorativa; in tale ipotesi, l'incidenza dell'assenza sul monte ore a disposizione del dipendente è convenzionalmente pari a sei ore ”. Tale regola consente, indirettamente, di determinare anche la decurtazione da operare nella diversa ipotesi di avvenuta fruizione, prima del nuovo CCNL, secondo principi di logica e ragionevolezza, non potendo applicarsi regole diverse in presenza di fattispecie sostanzialmente assimilabili. Pertanto, prosegue l’ARAN, se un dipendente ha già fruito di due giorni di permesso per particolari motivi personali e familiari, l’ente procederà ad una decurtazione di 12 ore di quel monte orario annuo di 18 ore. La disciplina, inoltre, comporta che, in caso di fruizione del permesso orario per l’intera giornata lavorativa, la riduzione del monte ore annuo di permessi sarà sempre di sei ore (durata convenzionale), sia nel caso di giornata lavorativa con orario superiore a sei ore (ad esempio, 8 ore) che in quello di orario inferiore alle 6 ore (ad esempio, 5 ore).

Contrattazione – Regole per conferimento progressioni orizzontali – Nuova disciplina contrattuale

L'istituto delle progressioni orizzontali risulta totalmente innovato ed esaustivamente disciplinato dall'art. 16 del CCNL 21 maggio 2018, pertanto, non si possono più ritenere validi i criteri determinati dai contratti precedenti e neppure gli orientamenti applicativi rilasciati in passato dall'ARAN. Questo, in sintesi, quanto affermato dall’Agenzia medesima con parere protocollo n. 16270 del 10 ottobre 2018 rilasciato ad un ente locale.
In particolare, dopo aver riepilogato il contenuto della nuova disciplina contrattuale, l’ARAN ricorda che ora le progressioni economiche sono attribuite sulla base della valutazione della performance individuale del personale, relativa al triennio che precede l’anno in cui è adottata la decisione di attivare l’istituto.
SI tratta di un sistema sostanzialmente semplice ed oggettivo in quanto incentrato sugli esiti della valutazione della performance già intervenuti nel triennio precedente e, congiuntamente, sui criteri di valutazione già adottati e, quindi, conosciuti dal personale.
In ogni caso, spetta alle autonome determinazioni dell’ente, sulla base di un proprio ed autonomo apprezzamento, ogni decisione in ordine alla possibile integrazione del sistema di valutazione già adottato con i criteri solo in via generale indicati dal CCNL, tra i quali l’esperienza maturata negli ambiti professionali di riferimento e le competenze acquisite e certificate a seguito di processi formativi.

Contrattazione - Aumenti contrattuali - Esclusione dai limiti salario accessorio

“Gli incrementi del Fondo risorse decentrate previsti dall’art. 67, comma 2, lettere a) e b) del CCNL Funzioni locali del 21 maggio 2018, in quanto derivanti da risorse finanziarie definite a livello nazionale e previste nei quadri di finanza pubblica, non sono assoggettati ai limiti di crescita dei Fondi previsti dalle norme vigenti e, in particolare al limite stabilito dall’art. 23, comma 2, del decreto legislativo n. 75/2017”.
Questo il principio fissato dalla Corte dei Conti - Sezione per le Autonomie - con la deliberazione n. 19/2018/QMIG del 18 ottobre 2018, con la quale ha affrontato la questione rimessa dalla sezione Lombardia in merito alla portata applicativa dall’art. 23, comma 2, del d.lgs. 75/2017, che pone limiti quantitativi all’ammontare complessivo delle risorse destinate annualmente al trattamento economico accessorio del personale, rispetto agli incrementi del fondo risorse decentrate previsti dall’art. 67, comma 2, lett. a) e lett. b) del nuovo contratto collettivo nazionale di lavoro del comparto Funzioni locali per il triennio 2016-2018, sottoscritto il 21 maggio 2018. In particolare, la pronuncia origina a seguito del contrasto interpretativo sorto in seno ad alcune sezioni regionali e coinvolgente le voci incrementative del “Fondo risorse decentrate” contenute, specificatamente, alle lettere a) e b) dell’art. 67, comma 2, del nuovo CCNL del Comparto Funzioni Locali che la sezione lombarda escludeva dal perimetro di applicazione dell’art. 23, comma 2, citato diversamente da quanto ritenuto dalla sezione Puglia che ne aveva affermato (deliberazione n. 99/2018/PAR) l’assoggettamento al limite dettato dalla richiamata disposizione di finanza pubblica. Ciò posto, dunque, la Sezione centrale sottolinea come attraverso la dichiarazione congiunta n. 5 al contratto, le parti in relazione a tali specifici incrementi del Fondo, hanno stabilito che gli stessi, “in quanto derivanti da risorse finanziarie definite a livello nazionale e previste nei quadri di finanza pubblica, non siano assoggettati ai limiti di crescita dei Fondi previsti dalle norme vigenti”.
In proposito, le Sezioni riunite in sede di controllo della Corte, in sede di certificazione dell’ipotesi del contratto in esame, sul punto controverso, precisamente in merito agli incrementi al Fondo risorse decentrate previsti dalla lettera a) dell’art. 67, comma 2 (aumenti determinati dal Ipotesi contrattuale), hanno preso atto della sopra riportata dichiarazione congiunta e non hanno formulato alcuna osservazione critica.
In disparte qualsiasi disquisizione sulla portata precettiva che si voglia attribuire alle dichiarazioni congiunte - prosegue il Collegio - l’analisi della normativa di riferimento depongono per la condivisione dell’approdo ermeneutico cui è pervenuta la sezione lombarda.
Valore dirimente, ai fini della risoluzione della questione proposta, sarebbe dato dalla circostanza che le predette poste suscettive di incrementare stabilmente il “Fondo risorse decentrate” trovano la loro copertura nell’ambito delle risorse già destinate ai rinnovi contrattuali dai documenti di finanza pubblica e, di conseguenza, essendo già state quantificate in coerenza con i parametri previsti dagli strumenti di programmazione e di bilancio, non determinano effetti finanziari.
Trattasi, in altri termini, di risorse incrementative definite a livello nazionale e previste nei quadri di finanza pubblica, di talché per esse non si rilevano i presupposti per la sottoposizione alle finalità proprie della norma vincolistica limitativa dell’espansione della spesa di personale. Diversamene opinando, verrebbero ad essere vanificate le finalità stesse sottese al superamento del “congelamento” della dinamica retributiva.

Assenze - Fruizione permessi art. 33 della l. 104/1992 - Modalità

Un ente chiede all'ARAN se, alla luce delle nuove disposizioni contrattuali che consentono la fruibilità su base oraria ed anche in minuti delle ore successive alla prima nel caso dei permessi per particolari motivi personali o familiari (art. 32 del CCNL del 21.5.2018) ed anche della prima ora nella diversa fattispecie dei permessi l’espletamento di visite, terapie, prestazioni specialistiche od esami diagnostici (art. 35 del CCNL del 21.5.2018), sia possibile ritenere consentita la fruizione in minuti anche dei permessi in forma oraria di cui all’art. 33, comma 3, della l. 104/1992 ed all’art. 33, comma 1, del CCNL medesimo.
Con parere CFL11a del 09 ottobre 2018, l'Agenzia ritiene che debba confermarsi il precedente orientamento applicativo per cui i permessi della l. 104/1992 non possono essere fruiti frazionatamente anche solo a minuti, non essendosi modificata la specifica disciplina contrattuale di riferimento.


Accesso – Stabilizzazioni ex art. 20 del d.lgs. 75/2017 - Requisiti

"La procedura di stabilizzazione di cui all’art. 20, d.lgs. 25 maggio 2017, n. 75 non è limitata ai dipendenti assunti con contratto di lavoro a tempo determinato ma va estesa anche alle tipologie di contratto flessibile, ma devono riguardare attività svolte o riconducibili alla medesima area o categoria professionale l’ampio riferimento alle varie tipologie di contratti di lavoro flessibile, di cui al comma 2 del cit. art. 20, può ricomprendere i contratti di collaborazione coordinata e continuativa e anche i contratti degli assegnisti di ricerca".
Questo quanto chiarito dal TAR Lazio - sezione III-bis - con la sentenza n. 10158 del 19 ottobre 2018, in relazione al ricorso di un soggetto avverso gli atti con cui l'ente di appartenenza aveva avviato la procedura di stabilizzazione prevista dal cd. "decreto Madia", nella parte in cui era stato previsto quale requisito necessario per la presentazione della domanda, l’aver maturato almeno un triennio di anzianità di servizio con soli contratti a tempo determinato, così escludendo il personale che raggiungeva tale anzianità sommando a contratti di lavoro a tempo determinato, anche altre tipologie di contratto flessibile.
In particolare, accogliendo le ragioni del lavoratore, la Corte rileva che l’art. 20, del d.lgs. 75/2017, è consonante con il principio sostanzialistico di assimilazione delle prestazioni svolte sulla base di un formale contratto di lavoro con quelle svolte, invece, sulla base di un contratto di assegno di ricerca, il quale in realtà configura comunque una prestazione d’opera contrassegnata da elementi di subordinazione, dalla continuità ed esclusività delle prestazioni e dall’impiego di mezzi ed attrezzature nella disponibilità del datore di lavoro nonché nella natura fissa della retribuzione, corrisposta oltretutto a cadenza determinate, solitamente mensili e l’inserimento del lavoratore nell’organizzazione del datore di lavoro e l’assoggettamento al potere direttivo di questi.
Indici tutti che la giurisprudenza ha sempre richiesto onde qualificare un rapporto asseritamente autonomo o di collaborazione, come invece celante una sostanziale subordinazione.
D'altro canto, precisa il TAR, anche il Ministero per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione, con la Circolare n. 3 del 23 novembre 2017 ha dettato gli “Indirizzi operativi in materia di valorizzazione dell’esperienza professionale del personale con contratto di lavoro flessibile e superamento del precariato”, precisando che “Gli anni utili da conteggiare ricomprendono tutti i rapporti di lavoro prestato direttamente con l’amministrazione, anche con diverse tipologie di contratto flessibile, ma devono riguardare attività svolte o riconducibili alla medesima area o categoria professionale”.

Segretari, dirigenti e PO - Conferimento incarichi di PO - Natura e criteri

"Il conferimento dell'incarico di posizione organizzativa è possibile esclusivamente per situazioni tipizzate, descritte nel contratto; può essere concesso solo a termine; è connotato da una specifica retribuzione variabile, in quanto sottoposta alla logica del programma da attuare e del risultato; è, infine, revocabile. Emerge, da ciò, che la posizione organizzativa non determina un mutamento di profilo professionale, che rimane invariato, ne' un mutamento di area, ma comporta soltanto un mutamento di funzioni, le quali cessano al cessare dell'incarico. Si tratta, in definitiva, di una funzione ad tempus di alta responsabilità la cui definizione — nell'ambito della classificazione del personale di ciascun comparto — è demandata dalla legge alla contrattazione collettiva". Questo quanto specificato dalla Corte di Cassazione - Civile, sezione lavoro - con la sentenza n. 25083 del 10 ottobre 2018, in relazione al ricorso di un lavoratore (con funzioni di giornalista presso l'ufficio stampa di un consiglio regionale) il quale aveva partecipato con esito negativo alla procedura per il conferimento di una posizione organizzativa nel settore di appartenenza. In particolare, respingendo le doglianze del soggetto, la Corte rileva che ai fini del conferimento delle posizioni organizzative, la PA è tenuta al rispetto dei criteri di massima indicati dalle fonti contrattuali ed all'osservanza delle clausole generali di correttezza e buona fede, di cui agli artt. 1175 e 1375 c.c., applicabili alla stregua dell'art. 97 Cost., senza tuttavia che la predeterminazione dei criteri di valutazione comporti un automatismo nella scelta, la quale resta rimessa alla discrezionalità del datore di lavoro, che non è comunque chiamato a svolgere una valutazione comparativa. Nella fattispecie in esame, prosegue il Collegio, emergeva come l'amministrazione, in ragione dei criteri motivatamente applicati con il decreto di conferimento delle posizioni organizzative e dei relativi allegati, non avesse dato luogo a violazioni delle previsioni contrattuali, né era ravvisabile contrarietà ai principi di correttezza e buona fede. Pertanto, il ricorso del lavoratore doveva essere rigettato.

Spese di personale - Limiti di spesa per unione di comuni ex art. 32 TUEL - Meccanismo del "ribaltamento"

“1. L’unione di comuni è direttamente soggetta ai vincoli relativi alla spesa del personale di cui all’art. 1,
 comma 562, della legge n. 296 del 2006.
2. Nel rispetto dei principi di universalità del bilancio che vincola le unioni di comuni, il perimetro di spesa del personale che l’unione deve conteggiare ai fini del rispetto dei vincoli di cui all’art. 1, comma 562 della legge n. 296 del 2006, comprende gli oneri per il personale acquisito direttamente (assumendolo dall’esterno o mediante procedure di mobilità da altri enti), nonché gli oneri per il personale comunque utilizzato dall’unione.
3. I comuni partecipanti all’unione, diversa da quelle «obbligatorie», sono soggetti ai vincoli di cui all’art. 1, comma 557 della legge n. 296 del 2006 relativamente alla spesa di personale comprensiva della quota per il personale utilizzato dall’unione per svolgere le funzioni trasferite.
4. La verifica del rispetto dei vincoli gravanti sugli enti partecipanti alle unioni non obbligatorie va condotta con il meccanismo del «ribaltamento» delineato dalla Sezione delle autonomie con deliberazione n. 8 del 2011, salvo il caso in cui gli enti coinvolti nell’Unione abbiano trasferito tutto il personale all’unione. In tale ultima ipotesi la verifica va fatta considerando la spesa cumulata di personale dell’unione con possibilità di compensazione delle quote di spesa di personale tra gli enti partecipanti.
5. Il criterio di cui all’art. 14, comma 31-quinquies, del d.l. n. 78/2010 di considerare nei processi associativi le spese di personale e le facoltà assunzionali in maniera cumulata tra gli enti coinvolti è applicabile solo alle ipotesi contemplate al comma 28 dello stesso articolo.
6. Nell’agglomerato soggetto a vincolo devono essere considerate tutte le spese di personale utilizzato dall’unione. A tal fine trova applicazione l’art. 557-bis, in base al quale costituiscono spesa di personale anche quelle sostenute per i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, per la somministrazione di lavoro, per il personale di cui all’art. 110 del d.lgs. 18 agosto 2000, n. 267, nonché per tutti i soggetti a vario titolo utilizzati, senza estinzione del rapporto di pubblico impiego, in strutture ed organismi variamente denominati partecipati o comunque facenti capo all’ente”.
Questi i principi espressi dalla Corte dei Conti - Sezione per le Autonomie - con la deliberazione n. 20/2018/QMIG del 22 ottobre 2018, pronunciandosi sulla questione di massima posta dalla sezione Lombardia (deliberazione n. 217/2018/QMIG).
In particolare, la pronuncia origina a seguito della richiesta di parere inoltrata da alcuni enti, i quali chiedevano se fosse possibile sostenere che, qualora un comune avesse trasferito tutto il personale ad un'unione, l'attestazione che il medesimo comune rispetti il proprio tetto di spesa di personale fosse effettuata sulla base della consistenza del personale a suo tempo trasferito all'unione. Inoltre, se, dal momento in cui la sola unione fosse titolare dei rapporti di lavoro, essa debba rispettare il proprio tetto di spesa (corrispondente ammontare dell'anno 2008) e possa avvalersi delle proprie facoltà assunzionali (100% del turn-over) senza dover sincerarsi che tali assunzioni, ove ribaltate singolarmente su ciascun comune, debbano anche rispettare il tetto di spesa del singolo comune, in quanto tali fluttuazioni di consistenza della dotazione organica dell'unione vanno considerate in maniera cumulata fra gli enti coinvolti e, quindi, reciprocamente compensate o comunque consentite entro il complessivo tetto di spesa dell'unione.
Nel dettaglio, il Collegio evidenzia che il giudizio di conformità ai vincoli normativi della spesa di personale imputata al bilancio dell’unione richiede la verifica del rispetto tanto del proprio tetto quanto dei vincoli specifici degli enti che associano le funzioni e, tale verifica, va condotta con un meccanismo distinto a seconda del tipo di unione:
-    per le unioni costituite per l’associazione obbligatoria delle funzioni fondamentali (ex art. 14, comma 28 del d.l. 78/2010), l’art. 1, comma 450 della l. 190/2014 introduce il criterio secondo il quale nell’ambito dei processi associativi di cui al comma 28 (quindi solo quelli obbligatori) le spese di personale e le facoltà assunzionali sono considerate in maniera cumulata fra gli enti coinvolti, garantendo forme di compensazione fra gli stessi, fermi restando i vincoli previsti dalle vigenti disposizioni e l’invarianza della spesa complessivamente considerata;
-    per le unioni che associano le funzioni per libera scelta gestionale, ferma restando la verifica del contenimento della propria spesa nei limiti del tetto di cui al comma 562 della l. 296/2006, la successiva verifica del rispetto dei vincoli specifici degli enti che associano le funzioni deve essere fatta seguendo il criterio del “ribaltamento” (esposto nella deliberazione n. 8/2011/SEZAUT) della quota riferibile all’ente di cui si sta valutando il rispetto dei vincoli. Fa eccezione a questo principio il caso di enti che abbiano trasferito tutto il personale alle unioni cui hanno dato vita; infatti, in tale situazione, la cristallizzazione dell’entità delle risorse trasferite e la mancanza di altra spesa, consente di concentrare nell’unico dato della spesa di personale dell’unione (dato che diventa un valore della spesa necessariamente cumulato) la verifica dei vincoli specifici che possono reciprocamente compensarsi.

                                    A cura di Roberto Loiacono

 

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