La mancata azione disciplinare dell’ente PDF Stampa E-mail

... non legittima la condotta inadempiente del dipendente
Nel pubblico impiego il datore di lavoro è tenuto a esercitare l'azione disciplinare nei confronti del dipendente che rifiuti di adempiere la propria prestazione lavorativa. A ogni modo, il mancato esercizio di questo potere non rende legittimo il comportamento dello stesso dipendente. Ad affermarlo è la Cassazione nella sentenza n. 27387, depositata pochissimi giorni fa, in relazione a una intricata vicenda che ha dato luogo a un potenziale demansionamento.

La vicenda
Al centro della controversia ci sono i rapporti conflittuali tra il Comune di Verona e una dipendente che rivestiva la qualifica di coordinatrice del settore musicale di tutte le scuole materne del Comune. L'insegnante, che aveva alle spalle quasi trenta anni di esperienza nel settore, si lamentava del fatto che, a seguito di alcune incomprensioni con diversi colleghi, era stata messa ai margini dalla dirigenza dell'ente locale, fino al completo inutilizzo della sua professionalità e addirittura relegata in una «stanza senza telefono né collegamento col mondo esterno». Il Comune, dal canto suo, sosteneva che vi era sì stata una limitazione temporanea dell'attività lavorativa dell'insegnante, ma ciò era la conseguenza del tentativo da parte dell'ente datore di lavoro di porre fine a situazioni di conflittualità tra i dipendenti, e soprattutto conseguenza del rifiuto da parte della stessa lavoratrice di svolgere le funzioni che le venivano via via assegnate.
La questione era finita così nelle aule di giustizia dove i giudici ritenevano che il comportamento non rispettoso della volontà dell'ente da parte della dipendente, ovvero l'inadempimento della prestazione lavorativa, non fosse imputabile alla donna, in quanto il Comune avrebbe dovuto, per renderlo tale, intervenire sul piano disciplinare; circostanza invece non verificatasi. Su questo presupposto, la Corte d'appello ha riconosciuto per i diversi periodi contestati un demansionamento, prima parziale e poi totale, dell'insegnante, con obbligo per il Comune di corrispondere in suo favore una somma pari rispettivamente al 30 e 50 per cento della retribuzione percepita, a ristoro della «perdita di alcuni tratti qualificanti della professionalità» della dipendente medesima.

La decisione
Il Comune a questo punto ricorre in Cassazione sottolineando l'erroneità della tesi dei giudici di merito che sottolineavano il mancato esercizio dei poteri disciplinari dell'ente nei confronti della lavoratrice. Per la difesa del Comune, infatti, il mancato esercizio del potere disciplinare «non trasforma in legittime le condotte tenute dal dipendente in violazione dei suoi obblighi di lavoro». L’argomento coglie nel segno e porta i giudici di legittimità ad annullare con rinvio la decisione. Per la Suprema corte il ragionamento dei giudici di merito è fallace: il mancato esercizio del potere disciplinare da parte dell'ente datore di lavoro non può rendere legittimo l'eventuale comportamento inadempiente del lavoratore. L'esistenza di condotte datoriali ritenute illegittime non autorizza cioè il lavoratore a «rifiutarsi aprioristicamente, e senza un eventuale avallo giudiziario» di eseguire la prestazione lavorativa richiesta. L'insegnante avrebbe dovuto, invece, invocare l'eccezione di inadempimento secondo l’articolo 1460 del codice civile.
Nel caso di specie, questo aspetto della vicenda non è stato adeguatamente considerato, dovendo la Corte d'appello quindi nuovamente esprimersi sul punto, oltre a riconsiderare, ai fini di una corretta applicazione delle regole sulla dequalificazione professionale, gli elementi di fatto relativi alla «qualità e quantità delle esperienza lavorativa pregressa, al tipo di professionalità colpita, alla durata del demansionamento» e a tutti gli altri aspetti concreti della vicenda.

 

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