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Trasparenza, anticorruzione e privacy - Dati iscritti ai sindacati - Tutela riservatezza
Il datore di lavoro non può comunicare ad una organizzazione sindacale la nuova sigla alla quale ha aderito un suo ex iscritto.  Per consentire al sindacato di espletare le procedure che seguono la revoca della affiliazione sindacale e della relativa delega, il datore di lavoro avrebbe dovuto limitarsi a comunicare la sola scelta del lavoratore di non aderire più all’originaria sigla di appartenenza. È quanto affermato dal Garante per la privacy, come riportato nella newsletter del 07 dicembre 2018, a conclusione di un’istruttoria originata dai reclami di alcuni dipendenti di una azienda socio-sanitaria territoriale che si erano rivolti all’Autorità affinché valutasse la correttezza del datore di lavoro nel trattamento dei loro dati sensibili, quale è l’appartenenza sindacale. A giustificazione del proprio comportamento l’azienda ha affermato, tra l’altro, di aver ritenuto necessario informare la rappresentanza sindacale della variazione per evitare il rischio che senza questa comunicazione l’organismo avrebbe continuato ad operare in una composizione non più aderente alla realtà, con inevitabili ricadute sulla validità della contrattazione aziendale.
Le informazioni sull’adesione sindacale rientrano nella categoria dei dati sensibili  - ha osservato  l’Autorità - ai quali la disciplina di protezione dei dati riconosce particolari forme di tutela. Il datore di lavoro  può lecitamente trattarli in base alla legge per adempiere agli obblighi derivanti dal rapporto di lavoro, ad esempio per effettuare il versamento delle quote di iscrizione ad associazioni o organizzazioni sindacali su delega e per conto del dipendente.
In questo caso, invece, l’amministrazione non si è limitata a comunicare alla rappresentanza sindacale la revoca dell’affiliazione di alcuni lavoratori, ma ha inviato a tutti i componenti della sigla sindacale una e-mail cui erano allegati dei documenti nei quali era espressamente indicata l’iscrizione dei lavoratori che avevano aderito ad un altro sindacato. Ciò ha determinato una illecita comunicazione di dati personali sensibili dei reclamanti. A conclusione dell’istruttoria il Garante ha ritenuto che dalla valutazione degli elementi acquisiti la condotta dell’azienda, pur difforme dalla disciplina applicabile, abbia esaurito i suoi effetti e non sussistono quindi i presupposti per l’adozione di un provvedimento prescrittivo  o inibitorio.
L’Autorità  si è riservata però di avviare un autonomo procedimento per valutare la contestazione di una eventuale violazione amministrativa per l’illecita comunicazione dei dati sindacali.

Varie - Questionario lavoro agile - Avvio monitoraggio

Con comunicato pubblicato il 30 novembre 2018, il Dipartimento della Funzione pubblica fa sapere che è attivo il monitoraggio per la verifica dello stato di attuazione del lavoro agile nelle pubbliche amministrazioni, in coerenza con quanto indicato nell'art. 14 della l. 124/2015 e nella Direttiva n. 3 del 2017 che introduce le “Linee guida contenenti regole inerenti all'organizzazione del lavoro finalizzate a promuovere la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro dei dipendenti”.
Il monitoraggio sarà avviato attraverso un questionario destinato alle amministrazioni centrali dello Stato, organi a rilevanza costituzionale, i ministeri, le agenzie, gli enti previdenziali assistenziali, gli enti pubblici non
economici, gli enti parco nazionali, le università, gli istituti di ricerca e sperimentazione. Sono interessate inoltre le autorità indipendenti. Tuttavia, le restanti amministrazioni potranno comunque accedere alla ricognizione su base volontaria, con le medesime modalità previste per le amministrazioni centrali.
La rilevazione viene realizzata attraverso un questionario informatizzato somministrato on line nel portale Lavoropubblico.gov.it e per accedere è necessario registrarsi al Portale, seguendo le istruzioni pubblicate nell'apposita area di Registrazione, e/o autenticarsi.
La rilevazione si conclude il 15 dicembre 2018.


Trattamento economico - Rimborso spese trasferta - Soppressione

"La legge finanziaria 23 dicembre 2005, n.266, all'art. 1, commi 213 e 214 (dichiarati costituzionalmente legittimi dalla sentenza della Corte Cost. n.95 del 2007), ha soppresso l'indennità di trasferta per motivi di contenimento della spesa pubblica e, in particolare, di razionalizzazione dell'istituto, disciplinato dalla legge 26 luglio 1978, n.417 (art. 1, co.1) e dal d.P.R. 16 gennaio 1978, n.513 (art.1, co 1). [...] in tale rinnovato contesto, !a domanda di indennizzo per indebito arricchimento costituisce un tentativo per "recuperare", per altra via, una voce retributiva venuta meno per l'intervento della fonte regolatrice "esterna"".
Così la Corte di Cassazione - Civile, sezione lavoro - con la sentenza n. 30280 del 30 novembre 2018, con la quale ha confermato il rigetto della domanda di un dipendente regionale (adibito all'area LL.PP.), avente ad oggetto il diritto all'indennizzo per l'indebito arricchimento conseguito dall'amministrazione di appartenenza, per effetto della mancata corresponsione allo stesso dell'indennità di trasferta e delle spese sostenute per gli incarichi espletati fuori sede dal 2003 al 2007.
In particolare, il dipendente reclamava la corresponsione delle indennità di trasferta ed il rimborso delle spese sostenute per le attività di lavoro svolte al di fuori della propria sede di lavoro, ai sensi dell'art. 41 del CCNL 14/04/2000 del comparto delle regioni e delle autonomie locali. La disposizione, infatti, prevede che al dipendente, che debba recarsi in trasferta in località diversa dalla propria sede di lavoro con distanza superiore ai 10 km, siano corrisposte le indennità di trasferta oltre al rimborso delle spese sostenute.
Tuttavia, sia il Tribunale di primo grado, che successivamente la Corte di appello, rigettavano la domanda avanzata dal dipendente per non aver fornito la prova che lo svolgimento delle attività in trasferta si collocassero al di fuori dagli obblighi previsti dal regolamento contrattuale così come integrato dalle disposizioni legislative, né poteva lui riconoscersi una diminuzione patrimoniale al fine di dichiarare la responsabilità dell'ente locale, ovvero dichiarare l'ingiustificato arricchimento dell'ente al fine del ristoro del danno subito.
Ciò posto, confermando quanto deciso nei gradi precedenti, la Cassazione evidenzia che qualora il dipendente reclami le indennità di trasferta, contrattualmente previste, nonché il rimborso delle spese per utilizzo del mezzo proprio, deve provare che detti importi siano regolati dal regolamento contrattuale, così come integrato dalla legge, verificando che gli importi richiesti siano compatibili con le limitazioni di spesa imposte dalla legge finanziaria 2006.

Accesso - Previo esperimento mobilità obbligatoria - Inderogabilità disciplina generale

Il Sindaco del Comune di Custonaci chiede alla Corte dei Conti - sezione regionale di conrtollo per la Sicilia - un parere “circa l’interpretazione dell’art. 20 della L. n. 75/2016 (rectius D.Lgs. n. 75/2017) in combinato disposto con l’art. 26 della legge della Regione siciliana n. 8/2018 in ordine alla necessità del previo esperimento della mobilità obbligatoria prevista dagli articoli 34, 34bis e 35 del D.Lgs.165/2001, sia in caso di nuova assunzione che in caso di scorrimento di graduatorie valide, ed in ordine alla copertura finanziaria di detta mobilità obbligatoria o dell’assunzione del personale precario mediante il contributo regionale previsto al comma 6 dell’art.3 L.R. n.27/2016 e s.m.i..”.
Con la deliberazione n. 195/2018/PAR del 09 novembre 2018, la Sezione sottolinea come la mobilità di cui agli artt. 34, 34-bis e 35 del d.lgs. 165/2001 sia obbligatoria, tanto in caso di indizione di concorso, quanto in caso di scorrimento di graduatorie valide, quanto, infine, in tutti i casi previsti da leggi speciali - come quello dell’assunzione del personale mediante contributo regionale - che non deroghino esplicitamente l'obbligo generale. Del resto, nel caso concreto, il Collegio evidenzia come le richiamate disposizioni nazionali sulla preventiva mobilità obbligatoria e quelle regionali inerenti alla cd. “stabilizzazione del personale precario”, disciplinassero fattispecie (e perseguissero finalità) del tutto diverse, sicché non potevano ritenersi fra loro sovrapponibili. D'altro canto, posto che, nella fattispecie in esame, non poteva ritenersi che la legge regionale introducesse ipotesi derogatorie o eccezionali rispetto alla disciplina delineata dalla normativa nazionale, ciò implicava che entrambi i plessi normativi dovessero essere contestualmente osservati e applicati dall'amministrazione, senza che l’uno potesse intendersi derogatorio dell’altro.

Varie - Conferenza di servizi - Circolare Dipartimento Funzione Pubblica

Il Dipartimento della Funzione Pubblica fa sapere che il Ministro per la Pubblica Amministrazione ha emanato la circolare n. 4 del 03 dicembre 2018, in materia di attuazione della conferenza di servizi al fine di fornire a tutte le pubbliche amministrazioni indirizzi univoci e di coordinamento. La circolare è in corso di registrazione presso la Corte dei conti.

Ordinamento professionale e rapporto di lavoro - Licenziamento per giustificato motivo in caso di disservizio dovuto ad assenze per malattia - Illegittimità

"La non utilità della prestazione per il tempo della malattia è evento previsto e disciplinato dal legislatore con conseguenze che possono portare alla risoluzione del rapporto di lavoro solo dopo il superamento del periodo di comporto disciplinato dall'art. 2110 c.c. e dalla contrattazione collettiva".
Questo quanto precisato dalla Corte di Cassazione - Civile, sezione lavoro - con la sentenza n. 31763 del 07 dicembre 2018, con la quale ha dichiarato l'illegittimità del licenziamento irrogato ad un lavoratore per giustificato motivo oggettivo. In particolare, il datore aveva proceduto all'allontanamento del soggetto evidenziando che - in un periodo di circa due anni - lo stesso aveva effettuato numerosi giorni di assenza per malattia (pur senza superare il periodo di comporto), per brevi ma ripetuti periodi, e che tali assenze erano significativamente superiori rispetto alla media delle assenze del restante personale. Peraltro, le stesse risultavano, nel 74% dei casi, adiacenti a periodi di riposo e festività, sicché ciò aveva inciso negativamente sull'organizzazione aziendale e sui livelli di produzione dell'unità organizzativa alla quale il dipendente era assegnato (trasporto pubblico urbano), con effetti diretti e negativi sull'erogazione del servizio in termini dì livelli di qualità, efficienza e regolarità.
In ogni caso, la Cassazione illustra che mentre lo scarso rendimento è caratterizzato da inadempimento, pur se inconsapevole, del lavoratore, non altrettanto può dirsi per le assenze dovute a malattia e la tutela della salute è valore preminente che ne giustifica la specialità. Solo il superamento del periodo di comporto, in un'ottica di contemperare gli interessi confliggenti del datore di lavoro (a mantenere alle proprie dipendenze solo chi lavora e produce) e del lavoratore (a disporre di un congruo periodo di tempo per curarsi senza perdere i mezzi di sostentamento e l'occupazione), è condizione sufficiente a legittimare il recesso e, pertanto, non è necessaria, nel caso, la prova del giustificato motivo oggettivo, né della impossibilità sopravvenuta della prestazione lavorativa, né quella della correlativa impossibilità di adibire il lavoratore a mansioni diverse.
Del resto, prosegue il Collegio, la consolidata e costante giurisprudenza di legittimità ha sempre statuito che, anche in ipotesi di reiterate assenze del dipendente per malattia, il datore di lavoro non può licenziarlo per giustificato motivo, ai sensi dell'art. 3 della l. 604/1966, ma può esercitare il recesso solo dopo che si sia esaurito il periodo all'uopo fissato dalla contrattazione collettiva, ovvero, in difetto, determinato secondo equità.

Segretari, dirigenti e PO - Erogazione incentivi funzioni tecniche al segretario/RUP - Condizioni

Il Sindaco Comune di Toirano chiede alla Corte dei Conti - sezione regionale di controllo per la Liguria, un parere in merito all’erogabilità degli incentivi per funzioni tecniche al segretario generale, individuato quale responsabile dei servizi scolastici in un ente locale privo di dirigenti.
In particolare, chiede se “il Segretario generale di questo Ente, sprovvisto di dirigenti in quanto con popolazione inferiore ai 5.000 abitanti, abbia diritto alla percezione degli incentivi di cui all’art 113 del D Lgs 18 aprile 2016 n. 50 in qualità di RUP-Responsabile dei servizi scolastici del comune di Toirano o debba essere equiparato alla dirigenza, e quindi escluso dalla percezione degli incentivi così come previsto dal comma 3, ultimo capoverso, del suddetto art 113”.
Con deliberazione n. 131/2018/PAR del 06 dicembre 2018, la Sezione preliminarmente sottolinea che l’equiparazione del segretario comunale al dirigente ai fini dell’erogazione dell’incentivo di cui all’art 113 del d.lgs. 50/2016 presuppone, al pari dell’equiparazione ai fini della mobilità, la soluzione di complesse problematiche di stampo schiettamente giuslavoristico che - al pari dell’interpretazione del contratto collettivo di riferimento - sono sottratte alla cognizione della Corte dei Conti.
Ciò posto, in ogni caso, il Collegio osserva che l’erogazione degli incentivi tecnici al segretario generale che svolge le funzioni di RUP è possibile solo nella misura in cui venga esclusa l’equiparazione dello stesso, in considerazione della fascia professionale di appartenenza, al personale con qualifica dirigenziale.

Segretari, dirigenti e PO - Erogazione diritti di rogito in presenza di incarico dirigenziale ex art. 110, comma 2 - Divieto

Il Sindaco del Comune di Carpenedolo “nel quale presta servizio un dirigente, fuori dotazione organica, con contratto a tempo determinato part time 12 ore, ai sensi dell'art. 110, comma 2 del Tuel, per il quale non trova applicazione la c.d. "clausola di galleggiamento", prevista dall'art. 41, comma 5, del CCNL di categoria Segretari comunali del 2001, nonché dall'art. 4, comma 26, della legge di stabilità 12 novembre 2011, n.183” chiede alla Corte dei Conti - sezione regionale di controllo per la Lombardia, se alla luce della decisione della Sezione Autonomie n. 18 del 24 luglio 2018, sia possibile corrispondere i diritti di rogito al segretario generale in servizio presso l’ente.
Con deliberazione n. 332/2018/PAR del 06 dicembre 2018, il Collegio ricorda che la Sezione delle Autonomie, con deliberazione n. 18/SEZAUT/2018/QMIG del 24 luglio 2018, ha statuito che “alla luce della previsione di cui all’art. 10, comma 2-bis, del d.l. 24 giugno 2014, n. 90, convertito, con modificazioni dalla legge 11 agosto 2014, n. 114, i diritti di rogito, nei limiti stabiliti dalla legge, competono ai segretari comunali di fascia C, nonché ai Segretari comunali appartenenti alle fasce professionali A e B, qualora esercitino le loro funzioni presso enti nei quali siano assenti figure dirigenziali”. Ciò posto, quanto al caso concreto, i Giudici lombardi ritengono che il dipendente assunto fuori dotazione organica, con contratto a tempo determinato, ai sensi dell'art. 110, comma 2 del TUEL, sarebbe, con ogni evidenza, un dirigente, con le dovute conseguenze in punto di valutazione della sussistenza, o meno, delle condizioni che consentono - ai sensi dell’art. 10, comma 2-bis, del d.l. 90/2014, così come interpretato dalla Sezione delle Autonomie con deliberazione n. 18/2018, - la corresponsione dei diritti di rogito.

Previdenza - Differimento (al 01 gennaio 2020) termine decorrenza prescrizione contributi pensionistici dovuti alle Gestioni Pubbliche - Chiarimenti INPS

Con la circolare n. 117 del 11 dicembre 2018, l'INPS comunica il differimento dal 01 gennaio 2019 al 01 gennaio 2020 del termine di decorrenza delle indicazioni della circolare n. 169/2017.
In particolare, con detto provvedimento, l’Istituto, recependo le sopraggiunte indicazioni fornite dal Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, ha sostituito la circolare n. 94 del 31 maggio 2017, estendendo alla cassa pensionistica CTPS l’applicazione della norma di cui all’art. 31, comma 2, della l. 610/1952, già prevista per le casse pensionistiche CPDEL, CPUG e CPS, relativamente ai periodi non assistiti dal corrispondente versamento di contribuzione e prescritti, ponendo a carico delle amministrazioni pubbliche, a decorrere dal 01 gennaio 2019, l’onere da calcolarsi sulla base dei criteri di computo della rendita vitalizia di cui all’art. 13 della l. 1338/1962.
Alla luce della portata innovativa dell’orientamento fornito dalla circolare n. 169/2017 e tenuto conto degli opportuni adeguamenti ai quali i sistemi in uso presso gli enti e le amministrazioni pubbliche dovranno essere necessariamente sottoposti, l’applicazione delle nuove indicazioni è stata fissata a far data dal 01 gennaio 2019. In ogni caso, con l’approssimarsi del termine di decorrenza, numerose amministrazioni statali ed enti pubblici, nonché le confederazioni sindacali e i patronati, hanno richiesto il differimento del termine per consentire ai datori di lavoro il completamento delle operazioni di verifica e l’aggiornamento dei conti assicurativi dei lavoratori, a tutela dei diritti di quest’ultimi, senza incorrere nei maggiori oneri connessi alla prescrizione contributiva. Tenuto conto delle istanze dei diversi portatori di interessi e al fine di evitare massive segnalazioni determinate dal mancato completamento delle attività di aggiornamento dei conti assicurativi da parte dei datori di lavoro, l’Istituto ha sottoposto alla valutazione del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali l’opportunità di differire l’entrata in vigore delle indicazioni fornite con la circolare n. 169/2017 al 01 gennaio 2020. Considerato che il citato Dicastero, con nota del 19 novembre 2018, ha rappresentato di non aver osservazioni in merito, il termine di decorrenza della circolare n. 169/2017 è differito dal 01 gennaio 2019 al 01 gennaio 2020.

Trasparenza, anticorruzione e privacy - Contestazioni pendenti - Scadenza possibilità   pagamento in misura ridotta

Con comunicato del 11 dicembre 2018, il Garante per la protezione dei dati personali ricorda che scade il prossimo 18 dicembre la possibilità di oblare le sanzioni mediante il pagamento in misura ridotta di una somma pari ai due quinti del minimo edittale stabilito per la sanzione. Potranno usufruire di questa speciale procedura quanti abbiamo ricevuto entro il 25 maggio 2018, data di piena applicazione del Regolamento UE, l’atto con il quale è stato avviato il procedimento sanzionatorio (ad esempio, l’atto di contestazione)
Nei mesi scorsi il Garante ha messo a punto una serie di indicazioni operative per chiarire a soggetti pubblici e privati come usufruire della definizione agevolata dei procedimenti sanzionatori pendenti. L’agevolazione è stata prevista dal recente d.lgs. 101/2018 che ha adeguato la normativa italiana alle disposizioni del Regolamento Europeo 2016/679 in materia di privacy.
Le FAQ sono disponibili sul sito dell’Autorità e, tra le altre istruzioni, specificano anche le modalità per il pagamento delle sanzioni, l’importo da pagare per ciascuna violazione commessa e i casi di esclusione dalle agevolazioni.

Trasparenza, anticorruzione e privacy - Piano Nazionale Anticorruzione - Approvazione aggiornamento definitivo anno 2018

Al termine della consultazione pubblica avviata nel mese scorso, l'ANAC ha approvato in via definitiva - con la delibera n. 1074 del 21 novembre 2018 - l'aggiornamento 2018 al Piano Nazionale Anticorruzione PNA).
In particolare, l'Autorità analizza alcuni tratti della normativa che spaziano dal rapporto col Responsabile della Prevenzione della Corruzione e Trasparenza a quello con quello relativo al Reg. (CE) n. 2016/679/UE del 27 aprile 2016 (RGPD), entrato in vigore il 25 maggio 2018, nonché al d.lgs. 101/ 2018, che ha adeguato il Codice della Privacy.

Accesso - Svolgimento prova preselettiva - Criteri individuazione numero candidati ammissibili fasi successive

In materia di procedure concorsuali, non è illegittima la norma regolamentare che consente all'ente di rinviare la scelta della soglia oltre la quale indire la prova preselettiva, e il numero di candidati che l’abbiano superata da ammettere alle prove scritte, al momento del bando di concorso, perché è "questo il momento in cui l’amministrazione, tenendo conto delle esigenze del caso concreto, può meglio e più puntualmente apprezzare l’interesse pubblico da soddisfare”.
Questo, in sintesi, quanto statuito dal Consiglio di Stato - sezione V - con la sentenza n. 5645 del 02 ottobre 2018, con la quale ha confermato la legittimità dell'operato di un ente comunale, a fronte del ricorso di un candidato ad una procedura concorsuale, escluso all'esito della procedura preselettiva.
In particolare, il candidato aveva contestato l'irragionevolezza della scelta della PA di fissare in 20 il numero di candidati che sarebbero stati ammessi alle fasi successive del concorso, all'esito dell'espletamento della prove preselettiva, in quanto né il bando né il regolamento interno avevano individuato alcun parametro utile a stabilire il numero massimo di candidati da ammettere alle prove scritte.
Ciò posto, confermando la legittimità della scelta dell'ente, la Corte rileva che la norma regolamentare impugnata dall'aspirante non poteva ritenersi illegittima perché, nel disciplinare un potere sicuramente discrezionale, ragionevolmente rinviava la scelta della soglia oltre la quale indire la prova preselettiva, e il numero di candidati che l’abbiano superata da ammettere alle prove scritte, al momento del bando di concorso.
D'altro canto, la stessa previsione contenuta nel bando (indicante in concreto il numero effettivo degli ammissibili), secondo il Collegio costituiva un lineare e logico sviluppo del potere discrezionale prefigurato dalla disposizione regolamentare. Peraltro, tale scelta, non era nemmeno contraria agli altri principi invocati dal ricorrente, in specie a quello della massima partecipazione, il cui rispetto era assicurato dalla previsione di una prova di preselezione aperta a tutti i candidati.
Al contrario, rispondeva proprio ai principi di logica, oltre che ad esigenze di economicità e celerità del procedimento, che l’amministrazione ammettesse alle fasi concorsuali più complesse soltanto coloro che fossero stati in grado di dimostrare il possesso di un determinato grado di conoscenze e competenze, superando le prove preselettive. In tale ottica, dunque, non era necessario motivare specificamente la scelta del numero di candidati da ammettere alle prove scritte dopo la preselezione, perché la motivazione non è richiesta per gli atti “a contenuto generale”, qual'e è il bando di concorso (art. 3, comma 2, L. 241/90).

Ordinamento professionale e rapporto di lavoro – Richiesta trasferimento ex l. 104/1992 – Legittimo diniego per incompatibilità ambientale

E’ legittimo il diniego opposto dal datore di lavoro alla richiesta del pubblico dipendente di mutare sede di servizio al fine di consentirgli di prestare assistenza ad un congiunto portatore di handicap, formalizzata ai sensi dell'art. 33 della l. 104/1992, qualora dal trasferimento possano sorgere incompatibilità ambientali.
Questo, in sostanza, quanto affermato dal TAR Puglia – sezione I – con la sentenza n. 1544 del 30 novembre 2018, con la quale ha affrontato il caso di un lavoratore che aveva visto respinta la propria istanza di trasferimento ex art. 33, comma 5, della l. 104/1992, in ragione delle condizioni di salute del figlio piccolo, portatore di handicap in situazione di gravità (art. 3, comma 3, della l.104/1992). In particolare, il soggetto impugnava tale diniego, sostenendone l’illegittimità per carenza motivazionale, non ritenendo adeguatamente valutate le esigenze organiche della sede di provenienza e di (auspicata) destinazione. Tuttavia, confermando la legittimità del rifiuto, il TAR illustra come, costituendosi in giudizio, l’amministrazione avesse depositato apposita relazione e documentazione relativa all’istruttoria svolta in ordine alla domanda di trasferimento, sostenendo, in sintesi, che il rigetto era scaturito da condizioni di incompatibilità ambientale, derivante, sostanzialmente, da una condanna penale a carico del lavoratore (con sentenza passata in giudicato) e dai pregiudizi penali relativi ad alcuni affini.
In questi termini, dunque, il Tribunale riteneva che il diniego fosse sufficientemente motivato e si poneva, nell’ambito del bilanciamento degli opposti interessi, pur tenuto conto delle esigenze di tutela di cui alla
l. 104/1992, in linea con le necessità funzionali dell’amministrazione. E ciò a prescindere dalla composizione organica dell’ufficio di provenienza e di (desiderata) destinazione, essendo tali elementi di valutazione necessariamente recessivi, rispetto all’interesse pubblico – che il Collegio valuta prioritario e dirimente – a che la presenza del dipendente in una determinata sede non sia di nocumento all’immagine ed al prestigio dell'amministrazione, pregiudicando il sereno svolgimento delle attività d’istituto.
Pericoli, che, nel caso di specie, non sembravano ragionevolmente scongiurati, anche in ragione della natura dei fatti di reato definitivamente accertati a carico del ricorrente, peraltro in tempi relativamente recenti.

Accesso – Procedure selettiva e principio anonimato – Esclusione in caso di violazione

In ipotesi di esclusione da una procedura selettiva per violazione della regola dell’anonimato, “non occorre accertare se a seguito della violazione dell’obbligo di chiudere la busta contenete le generalità del candidato si sia in concreto sviata la procedura di correzione, essendo sufficiente la mera astratta possibilità dell’avverarsi di tale evenienza.
Il criterio dell'anonimato nelle prove scritte delle procedure di concorso – nonché in generale in tutte le pubbliche selezioni – costituisce, infatti, il diretto portato del principio costituzionale di uguaglianza nonché specialmente di quelli del buon andamento e dell’imparzialità della pubblica amministrazione, la quale deve operare le proprie valutazioni senza lasciare alcuno spazio a rischi di condizionamenti esterni e dunque garantendo la par condicio tra i candidati”.
Questo quanto rimarcato dal Consiglio di Stato – sezione IV – con la sentenza n. 5571 del 28 settembre 2018, con la quale ha decretato la legittimità dell’esclusione disposta nei confronti di un candidato ad una procedura selettiva in quanto, durante la valutazione degli elaborati, la commissione esaminatrice aveva riscontrato che la busta contenente le sue generalità risultava non chiusa.  In particolare, l’aspirante aveva prospettato l’infondatezza, in relazione all’art. 14 del d.p.r. 487/1974, del provvedimento di esclusione intervenuto durante la valutazione degli elaborati dei partecipanti alla predetta selezione a causa della riscontrata apertura della busta contenente le sue generalità.
Secondo l’appellante, per tale circostanza, avvenuta non intenzionalmente, la disposizione richiamata e lo stesso bando di concorso non avrebbero previsto l’esclusione. In ogni caso, respingendo la doglianza, il Collegio evidenzia che l’esclusione doveva ritenersi legittima per motivi di garanzia dei principi dell’anonimato e della par condicio dei candidati nella procedura concorsuale. La busta contenente le sue generalità (inserita nella busta grande contenente il tema) era infatti incontestabilmente risultata aperta, non rilevando che la stessa ricorrente avesse intenzionalmente o meno reso riconoscibile la prova, essendo l’apertura della busta contenete il suo nome e cognome (non causata dal cedimento della colla) all’atto della correzione dell’elaborato, comunque suscettibile di alterare il principio dell’anonimato.

Trattamento economico – Svolgimento di fatto mansioni superiori dirigenziali  - Verifica requisiti per erogazione differenze retributive

“Il diritto al compenso per lo svolgimento di fatto di mansioni superiori, da riconoscere nella misura indicata nell'art. 52, comma 5, del d.lgs. n. 165 del 2001, non è condizionato alla sussistenza dei presupposti di legittimità di assegnazione delle mansioni, posto che una diversa interpretazione sarebbe contraria all'intento del legislatore di assicurare comunque al lavoratore una retribuzione proporzionata alla qualità del lavoro prestato, in ossequio al principio di cui all'art. 36 della Costituzione, sicché il diritto va escluso solo qualora
l'espletamento sia avvenuto all'insaputa o contro la volontà dell'ente, oppure quando sia il frutto di una fraudolenta collusione tra dipendente e dirigente, o in ogni ipotesi in cui si riscontri una situazione di illiceità per contrasto con norme fondamentali o generali o con principi basilari pubblicistici dell'ordinamento”.
Questo quanto ribadito dalla Corte di Cassazione – Civile, sezione lavoro – con la sentenza n. 30811 del 28 novembre 2018, con la quale ha cassato la sentenza con cui era stato respinto il ricorso proposto da una dipendente di un’ASL la quale, nel convenire in giudizio la PA datrice di lavoro, aveva domandato il pagamento di somme a titolo di differenze retributive maturate in conseguenza dello svolgimento delle mansioni superiori di dirigente avvocato.
In particolare, la Corte territoriale, premesso che la lavoratrice, iscritta nell'elenco speciale annesso all'albo degli avvocati, aveva assunto la difesa dell’ente e aveva svolto la medesima attività defensionale curata dal responsabile dell'ufficio legale, riteneva che dette circostanze di fatto non fossero sufficienti per provare lo svolgimento di funzioni di natura dirigenziale, non avendo la dipendente assunto la piena responsabilità della struttura di appartenenza.
Il Giudice di appello, inoltre, aveva evidenziato che la dipendente non aveva avuto assegnati obiettivi, non aveva partecipato ad alcuna selezione di natura dirigenziale, non era mai stata sottoposta alle verifiche previste per i dirigenti e che, peraltro, l'attività di avvocato non comportava il necessario inquadramento come dirigente. Al contrario, annullando tale decisione, la Cassazione illustra che, in materia di pubblico impiego contrattualizzato, l'impiegato cui sono state assegnate, al di fuori dei casi consentiti, mansioni superiori ha diritto ad una retribuzione proporzionata e sufficiente ai sensi dell'art. 36 Cost., che deve trovare integrale
applicazione, senza sbarramenti temporali di alcun genere. Tale principio opera anche in relazione allo svolgimento di fatto di funzioni dirigenziali, a condizione che il dipendente dimostri di averle svolte con le caratteristiche richieste dalla legge, ovvero con l'attribuzione in modo prevalente sotto il profilo qualitativo, quantitativo e temporale, dei compiti propri di tali mansioni. A tal fine, quindi, è innanzitutto necessario che l'ente abbia provveduto ad istituire la posizione dirigenziale perché, sulla base delle previsioni del d.lgs. 165/2001, la valutazione sulla rilevanza degli uffici, sulle risorse umane e finanziare da assegnare agli stessi ed in genere sull'organizzazione è rimessa al potere discrezionale della PA.
Inoltre, ove la posizione dirigenziale sia stata istituita ed assegnata di fatto a dipendente privo della qualifica dirigenziale, il diritto alle differenze retributive per lo svolgimento di mansioni superiori non può essere escluso valorizzando la mancata formale assegnazione degli obiettivi, che incide unicamente sul trattamento accessorio spettante, perché mentre la retribuzione di posizione retribuzione riflette il livello di responsabilità attribuito con l'incarico di funzione, quella di risultato, che corrisponde all'apporto del dirigente in termini di produttività o redditività della sua prestazione, presuppone la positiva verifica del raggiungimento degli obiettivi, previamente determinati, cui la stessa è correlata.


Procedimento disciplinare e contenzioso - Trasmissibilità danno erariale agli eredi - Requisiti

“In tema di responsabilità amministrativa, anche quando il debito risarcitorio del pubblico dipendente sia stato accertato dal giudice contabile con sentenza passata in giudicato, la trasmissibilità agli eredi si verifica soltanto nei casi in cui il fatto illecito abbia non soltanto arrecato un danno all'erario, ma anche procurato al dante causa, autore dello stesso, un illecito arricchimento, il che richiede che tale presupposto - così come il conseguente indebito arricchimento degli eredi – sia stato accertato nel giudizio dinanzi al giudice contabile". Questo quanto ricordato dalla Corte di Cassazione – Civile, sezione III - con la sentenza n. 30856 del 29 novembre 2018, in relazione al caso di due soggetti – eredi di un ex dipendente pubblico – i quali si erano visti recapitare una cartella esattoriale per la riscossione del danno erariale cui era stato condannato il dante causa (deceduto), con sentenza passata in giudicato della Corte dei Conti.
In particolare, i soggetti lamentavano che, benché si fosse formato il titolo esecutivo nei confronti del de cuius, a carico del quale risultava pronunciata la sentenza definitiva della Corte dei Conti che lo condannava al risarcimento del danno erariale, l'esattore illegittimamente aveva notificato direttamente agli eredi del
soggetto condannato le cartelle esattoriali, senza che vi fosse stato preventivo accertamento dell'inverarsi dei presupposti di trasmissione del debito.
Ciò posto, la Cassazione accoglie le ragioni degli aventi causa, illustrando che la condanna per responsabilità amministrativa emessa nei confronti dell’autore dell’illecito, poi deceduto, non è direttamente opponibile agli eredi quale titolo esecutivo efficace per il recupero del credito, dal momento che non ha potuto costituire oggetto di tale giudizio l’accertamento dei presupposti per la trasmissione del debito dall’autore dell’illecito ai suoi eredi. D’altro canto, prosegue la Corte, anche quando sia intervenuto un accertamento definitivo in merito alla responsabilità contabile di un soggetto, il quale abbia subito una condanna per danno erariale, la trasmissione del debito agli eredi non è automatica, in quanto risulta necessario che il giudice contabile accerti la sussistenza di un doppio presupposto: illecito arricchimento del de cuius e, conseguente, indebito arricchimento degli eredi.

Previdenza - Comunicazione infortunio telematica - Nuova funzionalità invio "Tramite file"

Con comunicato del 13 dicembre 2018, l'INAIL fa sapere che, a partire dal 14 dicembre 2018, è disponibile la funzionalità “Tramite file” della comunicazione di infortunio per l'invio di una nuova comunicazione mediante il caricamento di un file in formato XML.
A partire dalla nuova sezione "Atti e documenti > Moduli e modelli > Prevenzione > Comunicazione di infortunio", è possibile scaricare:
-    il manuale con le istruzioni per l’utilizzo della funzionalità
-    la documentazione tecnica
-    lo schema XML del file e le relative specifiche tecniche
-    le tabelle di decodifica necessarie per l’inoltro tramite file e la documentazione a supporto.

Trasparenza, anticorruzione e privacy - Nuovo regolamento esercizio funzione consultiva ANAC - Approvazione
Con comunicato del 13 dicembre 2018, l'ANAC fa sapere che nell’adunanza del 21 novembre ha approvato il nuovo regolamento della  funzione consultiva, svolta ai sensi della l. 190/2012, e dei  relativi decreti attuativi nonché ai sensi del d.lgs. 50/ 2016.
Tale regolamento sostituisce  il precedente del 20 luglio 2016 e persegue, quale obiettivo principale, la ridefinizione dell’ambito entro il quale tale funzione è esercitata, delle  relative modalità nonché dei soggetti che possono presentare richiesta di  parere.
Il nuovo regolamento della funzione consultiva sarà  pubblicato sul sito istituzionale ed entrerà in vigore quindici giorni dopo  dalla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica.

Capacità assunzionale - Trasferimento in mobilità personale ex IPAB - Necessità superamento pubblico concorso

Il Sindaco del Comune di Massafra inoltra alla Corte dei Conti - sezione regionale di controllo per la Puglia, un’istanza di parere in merito alla possibilità di procedere, mediante la procedura di mobilità, all’assunzione di personale proveniente da una “ex IPAB”. Nello specifico, il sindaco ha chiesto se sia ammissibile la “copertura di un posto vacante in dotazione organica mediante mobilità da un ex IPAB, nel caso in cui l’assunzione presso l’ex IPAB sia avvenuta senza procedura concorsuale, anche alla luce della Deliberazione della Sezione Autonomie della Corte dei Conti n. 4 del 19.01.2016”. Inoltre, rappresenta che la mobilità espletata equivarrebbe a nuova assunzione ai fini del turn over.
Con deliberazione n. 157/2018/PAR del 23 novembre 2018, la Sezione evidenzia che il passaggio di personale tra amministrazioni, ai sensi dell’art. 30 del d.lgs. 165/2001, non può certamente rappresentare un modo per modificare, eludere o far venir meno i requisiti di accesso al pubblico impiego, trattandosi di una mera procedura di trasferimento di dipendenti provenienti da altre amministrazioni, la cui natura pubblicistica del rapporto d’impiego si è instaurato ab initio.
Pertanto, il successivo passaggio in altra amministrazione è ammissibile solo per i dipendenti che sono stati originariamente assunti mediante l’espletamento di procedure concorsuali pubbliche.
Deve ritenersi consolidato l’orientamento secondo il quale il rapporto di pubblico impiego dipende, nel suo momento genetico, dall'espletamento di un pubblico concorso, come prescritto dall’art. 97 Cost., quale garanzia di imparzialità della pubblica amministrazione.
D’altra parte, la Sezione delle Autonomie nella deliberazione n. 4/2016, proprio con riferimento alle problematiche riguardanti il riassorbimento del personale delle IPAB - anche in caso di soppressione prevista ex lege delle stesse - ha affermato l’inderogabilità del "principio sancito dall’art. 97 Costituzione dell’obbligatorietà del previo ricorso a procedure concorsuali per il reclutamento del personale da parte dell’ente soppresso. Pertanto, non possono essere ammessi nei ruoli dell’ente pubblico accipiente dipendenti che non abbiano superato un concorso pubblico”.


Trattamento economico - Utilizzo incentivi ex art. 208 C.d.S. - Questioni di massima

Il Sindaco del Comune di Milano pone alla Corte dei Conti - sezione regionale di controllo per la Lombardia, i seguenti tre quesiti:
1.    se le disposizioni normative poste dall’art. 208, comma 4, lett. b) e c), del d.lgs. 285/1992, che prevedono la possibilità di destinare i proventi delle sanzioni amministrative alla “erogazione di incentivi monetari collegati a obiettivi di potenziamento dei servizi di controllo finalizzati alla sicurezza urbana e stradale”, possano qualificarsi come le “specifiche disposizioni di legge” che, ai sensi della contrattazione collettiva nazionale, permettono l’incremento del fondo per lo straordinario;
2.    se gli eventuali incentivi monetari, tra cui il corrispettivo per prestazioni di lavoro straordinario, finanziati a valere sui proventi derivanti dalle sanzioni al codice della strada, possano essere sottratti ai vincoli di finanza pubblica, e segnatamente al limite posto dall’art. 23, comma 2, del d.lgs. 75/2017;
3.    se nel calcolo del limite del fondo per lo straordinario, avente fonte nell’art. 14, commi 1 e 4, el CCNL del comparto enti locali 01 aprile 1999, possano essere esclusi gli oneri relativi ai rinnovi dei contratti cllettivi nazionali medio tempore intervenuti.
Con deliberazione n. 334/2018/QMIG del 12 dicembre 2018, la Sezione, dopo aver ripercorso alcuni orientamenti espressi dalle sezioni regionali di controllo in materia, prospetta l’esigenza di un chiarimento interpretativo sui quesiti posto dall'ente, pertanto, sospende la pronuncia e sottopone al Presidente della Corte dei Conti le questioni di massima aventi carattere di interesse generale.


Trattamento economico - Compensi per avvocatura - Singolo avvocato in servizio e spese generali

Il Commissario straordinario del Libero consorzio comunale di Agrigento, dopo aver premesso che l’art. 9 del d.l. 90/2014, ha disciplinato i compensi in favore degli avvocati dipendenti delle amministrazioni pubbliche, rinviando ai regolamenti di ciascun ente e alla contrattazione collettiva per i profili non espressamente regolati, chiede alla Corte dei Conti - sezione regionale di controllo per la Sicilia:
1.    se l’amministrazione possa erogare tutte le “propine” - ossia i compensi spettanti al legale dipendente nel caso di vittoria di controversie - in favore dell’unico avvocato in servizio
2.    se, nell’ambito dei compensi spettanti all’avvocato dipendente, debbano includersi anche le spese generali.
Con deliberazione n. 205/2018/PAR del 05 dicembre 2018, la Sezione illustra che:
1.    le norme del d.l. 90/2014 non prevedono la fattispecie dell’unico avvocato dipendente, demandando così ai regolamenti degli enti la relativa disciplina. Il regolamento del Consorzio, a sua volta, così come richiamato, si sofferma sulla ripartizione dei compensi sul presupposto della pluralità degli avvocati dipendenti e non prevede l’ipotesi di un solo avvocato, come quella prospettata dalla richiesta di parere. Di conseguenza, tenuto conto dell’assenza di specifica disciplina, il Collegio ritiene che l’unico avvocato, nei casi previsti dalla citata disposizione regolamentare (ossia quelli di sentenza favorevole all’amministrazione con vittoria di spese legali o con compensazione delle stesse), avrà diritto solo al 50% delle spese legali recuperate ma non al 40%, poiché l’attribuzione di tale ulteriore importo implica la presenza di più avvocati dipendenti.
2.    le spese generali mirano a rifondere in maniera forfettaria gli oneri relativi al mantenimento di una struttura professionale a supporto dell’attività forense; è chiaro che tali oneri sono a carico del libero professionista, mentre, nel caso di avvocati dipendenti di amministrazioni pubbliche, sono sopportati dall’ente pubblico. Pertanto, non sussiste alcun titolo per considerare le spese generali ai fini della quantificazione dei compensi spettanti agli avvocati dipendenti.

Incarichi e incompatibilità - Assunzione e mancata cancellazione albo avvocati - Licenziamento per incompatibilità

E' legittimo il licenziamento disciplinare irrogato da un ente comunale ad un proprio dirigente il quale, al momento dell'assunzione, falsamente dichiari di non trovarsi in situazioni di incompatibilità mentre, in realtà, risulti iscritto all'albo degli avvocati.
Questo quanto statuito dalla Corte di Cassazione - Civile, sezione lavoro - con la sentenza n. 32156 del 12 dicembre 2018, in relazione alla conferma del licenziamento disciplinare, comminato ad un lavoratore comunale, per l'incompatibilità della funzione di pubblico dipendente con l'esercizio della professione forense.
In particolare, il caso riguardava un legale che, dopo essere stato assunto da un comune, dichiarava la non sussistenza di situazioni di incompatibilità a svolgere l'incarico pubblico mentre, al contrario, rimaneva iscritto all'albo degli avvocati e, in alcuni casi, aveva proseguito nello svolgimento della professione forense a favore di privati. Scoperta tale circostanza, dunque, l'ente procedeva a contestare la condotta fraudolenta al soggetto, procedendo poi al suo allontanamento all'esito di apposito procedimento disciplinare.
Confermando l'operato della PA, quindi, la Cassazione illustra come il permanere dell'iscrizione all'albo degli avvocati lasciasse presumere l'esercizio della professione forense con connotazione di abitualità e che dirimenti fossero anche le risultanze istruttorie, che avevano evidenziato come il lavoratore avesse continuato a curare cause innanzi all'autorità giudiziaria negli anni successivi all'assunzione.
Per cui, alla luce dell'omessa denuncia di tale situazione, in coordinamento con le norme di cui all'art. 53 del d.lgs. 165/2001 (disciplinanti i casi di incompatibilità nel pubblico impiego), bene aveva fatto l'ente comunale a licenziare il lavoratore.

Incarichi e incompatibilità - Svolgimento incarichi ex art. 110, comma 1, TUEL presso altri enti - Licenziamento per assenza autorizzazione

"Sebbene la norma (art. 110, comma 1, del d.lgs. 267/2008, ndr) non qualifichi espressamente di natura subordinata il rapporto instaurato dall'amministrazione con il dirigente o con il responsabile del servizio non vi è dubbio che tale lo stesso debba ritenersi, perché, a differenza della collaborazione esterna di cui al comma 6, conferibile solo per il raggiungimento di obiettivi determinati e riconducibile alle collaborazioni di cui all'art. 7 del d.lgs. n. 165/2001, gli incarichi a contratto realizzano la copertura di posizioni dirigenziali o di responsabilità e comportano, quindi, l'inserimento nell'organizzazione dell'ente e l'adibizione ad un servizio rientrante nei fini istituzionali dell'ente pubblico".
Questo quanto sottolineato dalla Corte di Cassazione - Civile, sezione lavoro - con la sentenza n. 32492 del 14 dicembre 2018, in relazione al caso di un lavoratore licenziato dal comune di appartenenza, in quanto era emerso che il soggetto svolgeva attività lavorativa (ex art. 110, comma 1, TUEL) a favore di altri comuni senza l'autorizzazione dell'ente di provenienza.
In particolare, nei gradi precedenti, sia il tribunale che la corte d'appello avevano riconosciuto le ragioni del lavoratore, annullando la sanzione disciplinare e disponendone la reintegra nel posto di lavoro.
Tuttavia, la Cassazione, accogliendo il ricorso dell'ente, esamina la disposizione di cui all'art. 110 TUEL, illustrando che sebbene la norma non qualifichi espressamente di natura subordinata il rapporto instaurato dall'amministrazione con il dirigente o con il responsabile del servizio, non vi sarebbe dubbio che tale lo stesso debba ritenersi. Del resto, la riconducibilità all'impiego pubblico, sia pure temporaneo, si desumerebbe, oltre che dalla diversità dei termini utilizzati dai commi 1 e 6 (contratto a tempo determinato da un lato, convenzione dall'altro), anche dall'espresso richiamo della contrattazione collettiva nazionale e decentrata per il personale degli enti locali, nonché dalla previsione della risoluzione del rapporto di impiego eventualmente in essere con altra amministrazione pubblica, che ricalca la disciplina dettata per il cumulo di impieghi dall'art. 65 del d.p.r. 3/1957, rispetto alla quale la specialità è circoscritta alla possibilità della riassunzione. Quindi, prosegue il Collegio, i rapporti a tempo determinato, instaurati ai sensi del richiamato art. 110 TUEL, sono assoggettati alla disciplina dettata dal d.lgs. 165/2001, tranne che negli aspetti espressamente disciplinati dalla norma speciale o per quelli incompatibili con la natura temporanea del rapporto.
Pertanto, aveva errato il giudice d'appello nell'escludere l'instaurazione di un rapporto di impiego sulla base del solo tenore letterale del contratto sottoscritto dalle parti, prescindendo del tutto dalla normativa dettata per il tipo contrattuale, normativa che - ripete la Cassazione - consente di ritenere di natura autonoma unicamente le collaborazioni menzionate dal comma 6, ad alto contenuto di professionalità e finalizzate al raggiungimento di obiettivi determinati.

Procedimento disciplinare e contenzioso - Assenteismo e interruzione pubblico servizio - Configurabilità e danno risarcibile

Rispondono dei reati di truffa aggravata ai danni dello Stato e di interruzione di pubblico servizio, i preposti alla sorveglianza e custodia di una struttura museale (quali dipendenti di una società affidataria del servizio per conto dell'ente proprietario) e i dipendenti diretti dell'ente medesimo, che tramite ripetuti episodi di assenteismo, procurino un danno alla PA.
Questo, in sintesi, quanto confermato dalla Corte di Cassazione - Penale, sezione II - con la sentenza n. 56361 del 14 dicembre 2018, in relazione alla condanna di alcuni lavoratori - dipendenti rispettivamente di una società esterna e di un ente provinciale - addetti alla sorveglianza e custodia di una pinacoteca, resisi colpevoli di ripetuti episodi di assenteismo.
In particolare, respingendo le doglianze dei lavoratori, la Cassazione illustra che:
-    il reato d'interruzione di pubblico servizio (ex art. 340 c.p.), è integrato da qualsiasi comportamento che provochi l'interruzione o turbi il regolare svolgimento di un pubblico servizio (la norma punisce chi "cagiona", in qualsiasi modo, l'interruzione o il turbamento). Non rileva che l'interruzione sia definitiva, né che il turbamento sia totale, essendo il reato integrato da un'interruzione momentanea (nel caso di specie, chiusure anticipate della struttura di 25 minuti), purché di durata non irrilevante, e da un turbamento relativo, purché non insignificante;
-    quanto all'individuazione del danno (patrimoniale e non patrimoniale) ed alla sua entità, la condanna generica al risarcimento contenuta nella sentenza penale, pur presupponendo che il giudice abbia riconosciuto il relativo diritto alla costituita parte civile, non comporta alcuna indagine in ordine alla concreta esistenza di un danno risarcibile, postulando soltanto l'accertamento della potenziale capacità lesiva del fatto dannoso e dell'esistenza - desumibile anche presuntivamente, con criterio di semplice probabilità - di un nesso di causalità tra questo ed il pregiudizio lamentato, restando perciò impregiudicato l'accertamento riservato al giudice civile sulla liquidazione e l'entità del danno, ivi compresa la possibilità di escludere l'esistenza stessa di un danno eziologicamente collegato all'evento illecito.
                                         A cura di Roberto Loiacono

 

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