Legittima la condanna del dipendente pubblico PDF Stampa E-mail

... che accede al sistema informatico per ragioni personali
La Corte di cassazione penale, con la sentenza n. 8541/2019, ha rigettato il ricorso di un sottoufficiale della Guardia di finanza, confermando la sentenza della Corte d'appello; per i giudici di legittimità va condannato il dipendente pubblico che accede al sistema informatico dell'ente di appartenenza per motivazioni diverse da quelle professionali. Il caso
La Corte d'appello ha confermato la sentenza dei giudici di primo grado che avevano condannato un sottufficiale della Guardia di finanza per essersi abusivamente introdotto nel sistema informatico al fine di acquisire informazioni sulla situazione reddituale della moglie, con cui aveva in corso una causa di separazione. Contro la sentenza il dipendente pubblico è ricorso in Cassazione articolando una serie di censure tra le quali:
a) è stato dato per pacifico che fosse stato lo stesso ricorrente ad introdursi nel sistema informatico, senza considerare che la rete è un sistema complesso, che non si risolve in un numero identificativo, cosicché non vi è prova che sia stato lui ad introdursi nel sistema e vi è anche incertezza sul luogo in cui è avvenuto l'accesso;
b) che non sono stati accertati i limiti e le condizioni dell'accesso, risultanti dal complesso delle disposizioni impartite dal titolare del sistema, sicché non vi è prova che l'accesso sia stato abusivo;
c) i giudici hanno travisato il dato relativo alle informazioni carpite dal sistema, dal momento che nella causa civile è stata prodotta solo una visura camerale, tratta da registri pubblici, con i dati della ditta intestata alla consorte.
La sentenza della Cassazione
La Cassazione ha osservato che sulla questione è intervenuta una pronuncia delle Sezioni unite secondo cui integra il delitto previsto dall'articolo 615-ter, secondo comma, n. 1, del codice penale, la condotta del pubblico ufficiale o dell'incaricato di un pubblico servizio che, pur essendo abilitato e pur non violando le prescrizioni formali impartite dal titolare di un sistema informatico o telematico protetto per delimitarne l'accesso, acceda o si mantenga nel sistema per ragioni ontologicamente estranee rispetto a quelle per le quali la facoltà di accesso gli è attribuita (Cassazione n. 41210/2017).
Si tratta proprio della situazione ricorrente, dal momento che, indipendentemente dai limiti «formali» posti dall'amministratore di sistema, il dipendente ricorrente si è introdotto nel sistema «allo scopo di trarne elementi utili alla causa civile in corso, e, quindi, per ragioni ontologicamente diverse da quelle per cui il potere gli era stato conferito. E poiché lo scopo della norma è quello di inibire «ingressi abusivi» nel sistema informatico, non assume rilievo ciò che l'agente ebbe a carpire indebitamente (se notizie riservate o altrimenti recuperabili), ma l'ingresso stesso, non sorretto da ragioni collegate al servizio (pubblico o privato) svolto. La norma in questione configura, infatti, un reato di pericolo, che si concretizza ogniqualvolta l'ingresso abusivo riguardi un sistema informatico in cui sono contenute notizie riservate, indipendentemente dal tipo di notizia eventualmente appresa».

 

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