Progressioni verticali in deroga PDF Stampa E-mail

... il limite del 20% si calcola per categoria di assunzione
Con la deliberazione n. 103/2019, la Corte dei conti, Sezione regionale di Controllo per la Campania, nell’esitare una richiesta di parere, ha chiarito che, ai fini del calcolo del limite del 20% per la determinazione del numero di posti da coprire mediante le progressioni verticali, occorre considerare il numero di posti previsti per i concorsi di pari categoria e non il numero di posti previsti per i concorsi di qualsiasi categoria, fermo restando il possesso dei titoli di studio richiesti per l’accesso dall’esterno. Il Sindaco di un Comune, in previsione della collocazione in pensione di vari dipendenti di diverse categorie, ha rivolto alla Sezione una richiesta di parere in merito alle procedure selettive di cui all’art. 22, comma 15, Dlgs 75/2017 e, più precisamente, sulle modalità di calcolo del limite del 20% delle assunzioni totali, previste nel Piano dei fabbisogni, da riservare alle progressioni verticali.
In particolare, il Sindaco ha chiesto se per indire una progressione verticale per una figura D, l’Ente debba calcolare la quota del 20% in relazione alla previsione nel Ptfp 2018-2020 per le sole figure D, ovvero debba tenere conto della previsione assunzionale totale, comprensiva anche degli altri profili (per esempio, B, C e D). Ciò in quanto, alla luce degli orientamenti espressi dalle Sezioni regionali di controllo per la Puglia (delibera n. 42/2017) e per la Campania (delibera n. 140/2018), nonché dall’Aran, se il calcolo della percentuale fosse effettuato secondo il primo criterio, a parere del Sindaco l’art. 22 avrebbe un’applicabilità limitata agli Enti di grandi dimensioni, penalizzando gli Enti di piccola e media dimensione, impossibilitati ad utilizzare la disposizione in relazione alle effettive esigenze di personale. La Sezione ha, anzitutto, precisato che il citato art. 22 disciplina una tipologia di progressione verticale nuova e utilizzabile solo per un periodo ben definito (il triennio 2018-2020), introducendo una modalità di avanzamento di carriera derogante (ma, convivente) rispetto alle previsioni dell’art. 52, comma 1-bis, Dlgs 165/2001, il quale prevede solo il concorso pubblico, con riserva non superiore al 50% dei posti, per le progressioni verticali. La particolare procedura di cui all’art. 22, dunque, prevede l’esercizio, da parte delle amministrazioni pubbliche, di una “facoltà” (non si tratta di un obbligo), che deve essere adeguatamente motivata dalla necessità, o dall’opportunità, di dare valore alle professionalità già presenti nella dotazione organica dell’Ente. Quest’ultimo potrà avvalersi di detta facoltà nel solo triennio 2018-2020 e con la consapevolezza che l’assunzione del dipendente interno andrà ad erodere il budget assunzionale di quello specifico anno. Entrando nel merito del quesito, la Sezione ha osservato che nemmeno il Dpcm del 8/5/2018 (recante “Linee di indirizzo per la predisposizione dei piani dei fabbisogni di personale da parte delle amministrazioni pubbliche”) ha offerto indicazioni specifiche riguardo il parametro da utilizzare ai fini del calcolo del menzionato limite del 20%, limitandosi a ricordare la funzione affidata ex lege al Piano triennale del fabbisogno di personale, come già colto nella deliberazione n. 140/2018/PAR della medesima Sezione, la quale ha precisato che il Ptfp è uno strumento finalizzato ad individuare le esigenze di personale, perseguendo obiettivi di performance organizzativa, efficienza ed economicità (v. anche Corte dei conti, Sez. contr. Puglia, n. 111/2018) e ciò richiede una congruenza logica tra il Piano e la dotazione organica. Il Collegio ha, quindi, affermato che la portata letterale della disposizione in esame è chiara e non lascia spazio a dubbi interpretativi, in quanto stabilisce che il numero di posti riservato alle progressioni verticali non può superare il 20 per cento di quelli previsti nel Ptfp “come nuove assunzioni consentite per la relativa area o categoria ”, ovvero prescrive che tale percentuale debba riguardare il numero di posti previsti per i concorsi di “pari” categoria, non il numero di posti previsti per i concorsi di tutte le categorie, come erroneamente prospettato dal Comune richiedente. In caso contrario, alla luce dell’obiettivo di valorizzazione delle professionalità interne perseguito dalla norma, con le progressioni verticali si finirebbe per avvantaggiare alcune categorie a discapito delle altre, pregiudicando le ricordate funzioni del Ptfp. Altresì, il Collegio ha osservato che l’interpretazione avanzata dal Sindaco, in sede di richiesta di parere – secondo cui il calcolo del 20 per cento sui concorsi di pari categoria consentirebbe l’applicazione delle progressioni verticali ex art. 22 soltanto agliEnti di grandi dimensioni, ponendo un limite per gli Enti di piccola e media dimensione –, trascura la circostanza che le progressioni verticali in esame rappresentano una scelta derogatrice rispetto al principio generale del concorso pubblico. In ultimo, la Corte ha evidenziato che eventuali, possibili divergenze applicative della norma sono imputabili a mere situazioni di fatto, come le diverse dimensioni degli Enti, che rendono del tutto razionale il diverso trattamento, secondo i noti canoni di giustificatezza e ragionevolezza di cui all’art. 3 della Costituzione.

 

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