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Nella Pa il software va condiviso?
La pubblica amministrazione sposa la filosofia del riuso. Almeno in campo tecnologico. La prospettiva è di mettere in rete i software e le applicazioni ultizzate dagli uffici pubblici, così da consentire a chi ne ha bisogno di potervi accedere e utilizzarle. È l’idea dell’open source e, per metterla in pratica, l’Agid (Agenzia per l’Italia digitale) ha lanciato nei giorni scorsi l’iniziativa di un centro di competenza nazionale ad hoc. Una sorta di cabina di regia per rendere comuni risorse tecnologiche ed esperienze. Un progetto che ha come obiettivo anche forti risparmi, perché la condivisione dei software può innescare significative economie di scala, con un taglio dei costi dai 500 agli 800 milioni di euro l’anno.
La spesa informatica della Pa
La pubblica amministrazione spende all’anno circa 1.600 milioni di euro tra manutenzione, acquisto, realizzazione di software e gestione delle relative licenze. I dati di Siope, il database che permette il monitoraggio dei conti pubbilci, ci dicono che nel 2018 la manutenzione di sistemi e di software sono costati oltre 1.231 milioni; l’acquisto e la realizzazione di software 233 milioni; il noleggio, la locazione e il leasing delle licenze 133 milioni. Spese giustificate anche da un uso “esclusivo” dei programmi utilizzati da ciascuna amministrazione. Finora, infatti, il principio dell’open source è stato poco praticato all’interno della Pa. Sono solotanto 270 le richieste pervenute ad Agid di riuso di software, su un totale di oltre 20mila amministrazioni.
Il cambio di passo
Il primo atto verso l’adozione sistematica dell’apertura dei codici sorgente dei programmi è stata la pubblicazione da parte di Agid, agli inizi di maggio, delle linee guida che impongono alle pubbliche amministrazioni di utilizzare in via prioritaria software con licenza aperta. Iniziativa che si pone in scia a quanto chiesto dall’Unione europea nel 2016 circa una politica comune di incentivo dell’open source negli uffici pubblici.
Le linee guida dell’Agid si muovono in questa prospettiva e prescrivono alle pubbliche amministrazioni che hanno bisogno di acquistare un nuovo software di guardarsi prima in giro e verificare se non ci siano applicazioni già utilizzate da altri enti che possano fare al caso loro. In seconda battuta, possono rivolgersi al mercato, ma sempre quello delle licenze aperte. Una richiesta del genere ha, però, bisogno di una “vetrina” dove le Pa possano verificare le disponibilità di programmi da riutilizzare. A questo servirà il centro di compentenza nazionale sul riuso del software, gestito dall’Agenzia. Una struttura pensata «per non lasciare indietro nessuno», commenta Teresa Alvaro, direttrice di Agid.
Il centro funzionerà, infatti, da punto di coordinamento: riceverà dalle amministrazioni i codici sorgente da inserire nella vetrina developers.italia.it e le assisterà nelle fasi di sviluppo e riuso dei software. Farà poi da megafono delle buone pratiche già sperimentate in alcune realtà, come Piemonte, Umbria e Veneto. Inoltre, in autunno, l’Agenzia organizzerà il primo hackathon, una maratona informatica dedicata al riuso.
Grazie alla virata verso l’open source si potranno realizzare economie di scala che, secondo i calcoli di Agid, consentiranno di risparmiare dal 30 al 50% sui 1.231 milioni dei costi di manutenzione, dal 20 al 30% sugli acquisti delle licenze e dal 50 al 70% sulla spesa del nuovo software.
Il passaggio al paradigma dell’open source produrrà - secondo Agid - vantaggi anche per il mondo privato. Le imprese, infatti, potranno fruire liberamente del codice messo a disposizione dalle pubbliche amministrazioni per realizzare nuove soluzioni e servizi digitali.
Una prospettiva che trova in linea di massima d’accordo le aziende dell’information technology. «In linea generale siamo favorevoli all’open source - afferma Roberto Bellini, direttore di Assosofware - quando questo è rivolto a strumenti di produttività personale (ad esempio office automation e posta elettronica). Più complesso il discorso quando andiamo su soluzioni gestionali sviluppate su commessa del cliente, che sia la Pa o un privato. Inoltre, bisogna fare un’attenta valutazione, perchè spesso a fronte di un azzeramento dei costi delle licenze d’uso, crescono quelli di manutenzione e aggiornamento».

 

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