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Ordinamento professionale e rapporto di lavoro - Preavviso pensionamento "quota 100" - Natura giuridica

Un ente pone un quesito all'ARAN in merito alla gestione del preavviso con riferimento ai dipendenti che intendono avvalersi del pensionamento anticipato, secondo le disposizioni dell’art. 14 del d.l. 4/2019, c.d. “quota 100”, dal momento che la norma richiamata dispone espressamente, in materia di preavviso, che “la domanda di collocamento a riposo deve essere presentata all’amministrazione di appartenenza con un preavviso di sei mesi” (art. 14, comma 6, lett. c) del d.l. 4/2019). In particolare, viene chiesto se tale disposizione integri, in senso ampliativo, la previsione contrattuale, estendendo i termini di preavviso ivi previsti e, di conseguenza, la relativa disciplina (indennità di mancato preavviso, divieto di assegnazione delle ferie). Con parere CFC27 del 02 settembre 2019, l'ARAN evidenzia in primis che la questione sollevata attiene alle modalità applicative del citato decreto-legge, in merito alle quali possono essere richiesti chiarimenti al Dipartimento della Funzione Pubblica, istituzionalmente competente per l'interpretazione delle norme di legge concernenti il rapporto di lavoro pubblico. Per quanto attiene agli aspetti di competenza, l'Agenzia, ritiene che la disciplina del preavviso regolamentato dalla contrattazione collettiva non sembrerebbe automaticamente estensibile al più ampio periodo di preavviso con il quale deve essere presentata all'amministrazione la domanda di collocamento a riposo ai sensi dell'art. 14, comma 6, lett. c) del d.l. 4/2019, tenuto anche conto delle diverse funzioni delle due tipologie di preavviso e della specialità della previsione di legge. Conseguentemente, deve ritenersi che anche gli orientamenti applicativi in merito all'istituto contrattuale del preavviso non siano estensibili al particolare preavviso introdotto dalla norma di legge.

Assenze - Permessi per partecipazione concorsi o esami - Inapplicabilità procedura mobilità

Un ente chiede all'ARAN se sia possibile riconoscere i permessi retribuiti per la partecipazione a concorsi o esami, di cui al CCNL, anche ai dipendenti che ne facciano richiesta per lo svolgimento di prove selettive nell’ambito di procedure di mobilità o propedeutiche all’attivazione di comandi. Con parere CFC29 del 02 settembre 2019, l'ARAN sottolinea che la natura delle procedure che gli enti attivano a vantaggio del solo personale già in servizio nella pubblica amministrazione, al fine di selezionare quanti siano interessati ad un passaggio – temporaneo o definitivo – nei propri organici, non appare assimilabile a quella delle procedure selettive di tipo concorsuale né ad un esame.
Pertanto, l'esigenza di assentarsi per svolgere un colloquio o una prova di idoneità in relazione ad una procedura finalizzata all'attivazione di un comando o di una mobilità, non rientra tra quelle che il CCNL ha inteso tutelare con l'istituto. La fattispecie può, comunque, essere ricondotta a quella del permesso retribuito per motivi personali.

Assenze - Interruzione ferie  per  malattia figlio - Ipotesi applicative
Un ente chiede all'ARAN se la malattia del figlio, non accompagnata da ricovero, possa sospendere il godimento delle ferie, sia ove queste siano già in essere, sia nel caso in cui l’evento si verifichi a ridosso della loro decorrenza. Inoltre, viene chiesto se rilevi che la malattia sia di durata superiore a tre giorni.
Con parere CFC30 del 02 settembre 2019, l'Agenzia, innanzitutto, distingue tra le due fattispecie dell'interruzione delle ferie in godimento e della sospensione delle ferie programmate e non ancora in godimento.
In materia di congedi dei genitori, il CCNL richiama in via generale l'applicazione delle disposizioni in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità contenute nel d.lgs. 151/2001, con le specificazioni stabilite nell'ambito del CCNL medesimo.
In tema di congedi per la malattia del figlio, il CCNL al comma 4 dell'art. 43 stabilisce il diritto all'assenza retribuita del genitore per trenta giorni l'anno, fino al compimento dei tre anni del bambino.
L'assenza di previsioni ulteriori nel testo contrattuale comporta che la disciplina di riferimento per il dubbio sollevato vada rinvenuta all'interno dell'art. 47 del d.lgs. 151/2001 nel quale, al comma 4, si prevede che la malattia del bambino che dia luogo a ricovero ospedaliero interrompe, a richiesta del genitore, il decorso delle ferie in godimento. Non prevedendosi nulla per l'ipotesi di malattia che non dà luogo a ricovero, dovrebbe ritenersi che, rispetto alla prima fattispecie sopra individuata, non sussista un diritto del dipendente all'interruzione delle ferie in godimento.
Ulteriori indicazioni, al riguardo, potranno, comunque, essere richieste al Dipartimento della Funzione Pubblica, a cui compete l'interpretazione delle norme di legge per il lavoro pubblico.
Per quanto attiene, invece, alla seconda fattispecie, ossia la possibilità di posticipare il godimento di un periodo di ferie già programmato, in relazione all'insorgere della malattia del figlio, la valutazione dell'amministrazione va compiuta sul piano gestionale.
Posto, infatti, che non sussiste un diritto del dipendente allo spostamento del periodo di ferie già programmate per effetto della sopraggiunta malattia del figlio non accompagnata da ricovero, l'Agenzia  ritiene che l'amministrazione possa valutare la compatibilità con le esigenze di servizio di una richiesta del dipendente in tal senso, motivata dall'insorgere di esigenze di carattere personale, ed assumere le decisioni conseguenti.
Ai fini del diritto all'interruzione delle ferie non si ravvisano, infine, elementi a supporto dell'assimilazione tra la malattia del figlio e la malattia del dipendente protratta per più di tre giorni.

Assenze - Congedo straordinario per assistenza disabile grave convivente - Requisiti

"Solo ai diversi fini del godimento dei permessi di cui all'art. 33 della I. n. 104 del 1992 il legislatore, dopo aver eliminato il requisito della convivenza (art. 19 I. n. 53 del 2000), ha anche eliminato i requisiti della "continuità" e della "esclusività" dell'assistenza prestata al disabile (art. 24, comma 1, I. n. 183 del 2010, successivamente modificato ex art. 6, d. Igs. n. 119 del 2011). Tale specifica disciplina non è applicabile al diverso istituto del congedo straordinario per il quale non solo è prevista la necessità della convivenza ma anche, conformemente al dettato prescritto dall'art. 3, comma 3, I. n. 104 del 1992, che si realizzi «un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale nella sfera individuale o in quella di relazione» in favore del disabile".
Questo quanto indicato dalla Corte di Cassazione - Civile, sezione lavoro - con la sentenza n. 19580 del 19 luglio 2019, con la quale ha accolto il ricorso di un datore di lavoro, avverso la sentenza con cui era stata dichiarata l'illegittimità del licenziamento irrogato ad un lavoratore per presunto "abuso" del congedo straordinario concesso ex art. 42 del d.lgs. 151/2001.
In particolare, ricostruisce la Corte, al soggetto era stato riconosciuto il congedo straordinario biennale per l'assistenza ad un parente disabile grave convivente, ex art. 42 del d.lgs. 151/2001. Tuttavia, nel corso del congedo, il lavoratore si era allontanato per due settimane dall'abitazione, recandosi in ferie a molti chilometri di distanza, per cui il datore di lavoro gli aveva contestato l'abuso del diritto, licenziandolo.
In sede di merito, tuttavia, i Giudici dichiaravano l'illegittimità della sanzione espulsiva, ritenendo che, ai fini del congedo straordinario, non è richiesta un'assistenza personale, continuativa ed ininterrotta per tutta la giornata e per tutti i giorni del congedo in favore del familiare disabile. In tale prospettiva, dunque, l'allontanamento - anche prolungato per 10 giorni - dall'abitazione, non poteva configurarsi come "tradimento" del fine sotteso al congedo e, parimenti, non poteva ravvisarsi la violazione della ratio dell'istituto.
Al contrario, la Cassazione smentisce in toto la ricostruzione giuridica operata, sottolineando che l'istituto del congedo straordinario non solo richiede la necessità della convivenza, ma anche, conformemente al dettato prescritto dall'art. 3, comma 3, della I. 104/1992, che si realizzi un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale nella sfera individuale o in quella di relazione in favore del disabile. D'altro canto, il concetto di convivenza va inteso non in un dato meramente formale e anagrafico, ma si estrinseca nella quotidiana condivisione dei bisogni e del percorso di vita, in una relazione di affetto e di cura.
Quanto, poi, alle doglianze del lavoratore - secondo cui sarebbe "impensabile", per chi assiste, non andare mai in vacanza nei due anni di congedo, senza rischiare di incorrere in una sanzione per abuso - la Cassazione, in ogni caso, ammette che l'assistenza che legittima il beneficio non può intendersi esclusiva al punto da impedire a chi la offre di dedicare spazi temporali adeguati alle personali esigenze di vita, restando, comunque, indispensabile che risultino complessivamente salvaguardati i connotati essenziali di un intervento assistenziale che deve avere carattere permanente, continuativo e globale nella sfera individuale e di relazione del disabile.

Accesso - Punteggi prove scritte e teorico/pratiche - Fissazione soglie minime "sbarramento"

"L’art. 70, comma 13, del D.lgs. n. 165 del 2001, anch'esso di rango primario, non osta all'applicazione della disciplina prevista dal d.P.R. 9 maggio 1994, n. 487, ma soltanto nei limiti in cui ciò non contrasti con quanto previsto dagli articoli 35 e 36, e comunque salvo che la materia venga regolata, in coerenza con i principi ivi previsti, nell'ambito dei rispettivi ordinamenti".
Questo il principio ribadito dal Consiglio di Stato - sezione IV - con sentenza n. 5100 del 19 luglio 2019, con la quale ha respinto il ricorso di alcuni candidati avverso gli atti di una procedura selettiva all'esito della quale si erano collocati in posizione non utile.
In particolare, tra le doglianze, i soggetti avevano lamentato la circostanza che l'ente procedente avesse fissato una soglia minima per il superamento della prova scritta e teorico/pratica superiore al "canonico" 21/30, previsto dal d.p.r. 487/1994, innalzandola a 24/30. Tuttavia, respingendo il ricorso, il Collegio evidenzia come il bando, nella parte in cui richiedeva un punteggio minimo di 24/30, non appariva in contrasto con i principi generali di cui al d.lgs. 165/2001 in quanto:
- indicando un voto di 24/30, superiore a quello minimo di 21/30 previsto dalla disciplina generale di cui al d.p.r. 487/1994, non contrasta con il principio di uguaglianza e di parità di trattamento, applicandosi indistintamente a tutti i partecipanti;
- indicando separati voti minimi di 24/30 per ciascuna delle due prove - e non riferendosi invece alla media dei voti conseguiti nella prima e nella seconda prova - non violava il principio meritocratico, in considerazione della diversa natura e della diversa funzione da ascrivere alle due prove iniziali, di cui si componeva la procedura selettiva.

Accesso - Non intelligibilità elaborato per calligrafia poco chiara - Legittimità giudizio negativo

"E' del tutto plausibile che una non chiara calligrafia renda non solo difficoltosa la lettura dell’elaborato, ma possa impedirne la effettiva comprensibilità e rendere impossibile trarre un giudizio compiuto sui suoi contenuti del elaborato scritto".
Così il Consiglio di Stato - sezione V - con la sentenza n. 5749 del 20 agosto 2019, con la quale ha respinto il ricorso di un candidato ad un concorso, avverso le valutazioni negative espresse dalla commissione rispetto i propri elaborati, ritenuti di calligrafia di difficile comprensione, con conseguente scarsa individuazione dei concetti che si intendevano esprimere. In particolare, riconoscendo la legittimità dell'operato dell'ente, il Collegio illustra che, secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale, le valutazioni espresse dalle commissioni giudicatrici in merito alle prove concorsuali costituiscono espressione di un’ampia discrezionalità finalizzata a stabilire in concreto l’idoneità attitudinale dei candidati, con la conseguenza che essi sfuggono al sindacato di legittimità del giudice amministrativo, salvo che non sussistano macroscopici elementi idonei ad evidenziare uno sviamento logico o un errore di fatto.
Ciò posto, peraltro, nella fattispecie in esame la commissione non si era limitata ad esprimere un giudizio meramente numerico sugli elaborati, ma aveva accompagnato questi ultimi con specifici, sintetici ma comunque completi, di per sé idonei, alla luce anche del richiamato indirizzo giurisprudenziale, a soddisfare l’esigenza motivazionale.
Quanto, poi, al giudizio “Calligrafia di difficile comprensione con conseguente scarsa individuazione dei concetti che si intendevano esprimere”, non risultava alcun elemento, anche solo indiziario, idoneo supportare la pretesa irragionevolezza o irrazionalità o illogicità o arbitrarietà, dal momento che è del tutto plausibile che una non chiara calligrafia renda non solo difficoltosa la lettura dell’elaborato, ma possa impedirne la effettiva comprensibilità e rendere impossibile trarre un giudizio compiuto sui suoi contenuti del elaborato scritto.
Le delineate conseguenze della non chiara calligrafia, per un verso, non possono essere imputate alla commissione di concorso e, per altro verso, non possono determinare di per sé l’illegittimità di un giudizio negativo sugli elaborati concorsuali, incombendo sui candidati un onere di diligenza anche quanto alla formale redazione dell’elaborato con calligrafia chiara ed intelligibile, onde consentire alla commissione di svolgere compiutamente e correttamente la propria funzione.

Trattamento economico - Compensi incentivanti e IRAP - Imputabilità

"L'art. 1, comma 207 della legge n. 266/2005 e l'art. 92 del d.lgs. 163/2006, che del primo ripete il contenuto, vanno armonizzati con i principi che regolano la costituzione dei fondi, con la conseguenza che le amministrazioni dovranno quantificare le somme che gravano sull'ente a titolo di IRAP, rendendole indisponibili, e successivamente procedere alla ripartizione dell'incentivo, corrispondendo lo stesso ai dipendenti interessati al netto degli oneri assicurativi e previdenziali.
In altri termini, le disposizioni sulla provvista e la copertura degli oneri di personale (tra cui l'IRAP) si riflettono in sostanza sulle disponibilità dei fondi per la progettazione e per l'avvocatura interna, ripartibili nei confronti dei dipendenti aventi titolo, da calcolare al netto delle risorse necessarie alla copertura dell'onere IRAP gravante sull'amministrazione".
Queste le conclusioni cui è giunta la Corte di Cassazione - Civile, sezione lavoro - con la sentenza n. 21398 del 13 agosto 2019, con la quale ha respinto le domande di alcuni dipendenti comunali che avevano partecipato ad attività di progettazione, direzione dei lavori o collaudo di opere pubbliche, agendo in giudizio contro il comune per chiedere l'accertamento del diritto ad ottenere la liquidazione degli incentivi al netto dell'IRAP. In particolare, respingendo la domanda, la Corte condivide i numerosi pronunciamenti in materia espressi nel tempo da parte dei Giudici contabili, illustrando che al momento della costituzione dei fondi incentivati dovuti al personale coinvolto nei procedimenti di progettazione, le amministrazioni sono tenute a quantificare le somme che gravano sull'ente a titolo di IRAP, rendendole indisponibili, e solo successivamente procedere alla ripartizione dell'incentivo, corrispondendo lo stesso ai dipendenti interessati al netto degli oneri assicurativi e previdenziali.
Del resto, le disposizioni sulla provvista e la copertura degli oneri di personale (tra cui l'IRAP) si riflettono in sostanza sulle disponibilità dei fondi per la progettazione, ripartibili nei confronti dei dipendenti aventi titolo, da calcolare al netto delle risorse necessarie alla copertura dell'onere IRAP gravante sull'amministrazione.

Trattamento economico - Compensi per progettazione - Legittima revoca pagamento in assenza di opera pubblica

"L'art. 92, comma 6, del d.lgs. n. 163/2006, a norma del quale il trenta per cento della tariffa professionale relativa alla redazione di un atto di pianificazione comunque denominato è ripartito tra i dipendenti dell'amministrazione aggiudicatrice che lo abbiano redatto, va letto alla luce di quanto previsto dai commi da 1 a 5 della stessa disposizione nonché dall'art. 90 del d.lgs., e, pertanto, è applicabile nei soli casi in cui l'atto di pianificazione sia prodromico e strettamente correlato alla realizzazione di un'opera pubblica".
Questo quanto ribadito dalla Corte di Cassazione - Civile, sezione lavoro - con la sentenza n. 21424 del 14 agosto 2019, con la quale ha confermato l'operato di un ente che aveva provveduto alla revoca di un atto di (indebita) liquidazione di incentivi per progettazione nei confronti di proprio personale. Nel dettaglio, l'ente regionale aveva disposto il pagamento dell'incentivo nei confronti di alcuni dipendenti che avevano collaborato ad un procedimento di progettazione, tuttavia, non collegato alla realizzazione di un'opera pubblica, ma meramente finalizzato alla pianificazione territoriale.
Per cui, successivamente, la PA revocava il decreto di liquidazione e i dipendenti agivano in giudizio per ottenere l'ingiunzione del pagamento di quanto dovuto.
In ogni caso, i Giudici di merito, prima, e la Cassazione, poi, riconoscono la legittimità di quanto fatto dalla regione, in quanto l'art. 90 del d.lgs. 163/2006 circoscriveva in modo chiaro l'ambito di applicazione della disciplina alle attività direttamente connesse con la realizzazione dell'opera pubblica o con la programmazione triennale degli interventi, sicché, evidentemente, anche l'atto di pianificazione al quale faceva riferimento il comma 6 dell'art. 92 doveva porsi in stretta correlazione con il successivo intervento. D'altro canto, l'espressione utilizzata dal legislatore, "atto di pianificazione comunque denominato", non era di per sé sufficiente a far attrarre nell'ambito oggettivo della disposizione qualsivoglia attività di programmazione, perché l'avverbio "comunque" era riferito alla denominazione, che evidentemente può variare da ente ad ente, e, quindi, di per sé non sufficiente ad esprimere una volontà del legislatore di riconoscere l'incentivo in relazione ad ogni intervento programmatorio svolto dal soggetto pubblico per mezzo dei propri dipendenti, anche se del tutto avulso dalla realizzazione di opere pubbliche.

Previdenza - Agevolazioni frequenza asili nido - Rilascio nuova funzionalità variazione mensilità

L’INPS ha emanato il messaggio n. 3007 del 5 agosto 2019, con il quale comunica che sul “Portale del cittadino” sono disponibili nuove funzionalità che consentono agli utenti la variazione delle mensilità di bonus asilo nido richieste nella relativa domanda.
Le nuove funzionalità sono attive per le domande presentate a partire dall’anno 2019 e consentono la variazione delle mensilità originariamente indicate fino al termine di scadenza previsto per la presentazione della documentazione di spesa (per le domande 2019, quindi, entro il 01 aprile 2020).

Previdenza - Riduzione trattamenti pensionistici importo superiore a 100.000 euro  - Ulteriori chiarimenti

L’INPS ha emanato la circolare n. 116 del 9 agosto 2019, con la quale precisa che, in materia di riduzione dei trattamenti pensionistici di importo complessivamente superiore a 100mila euro su base annua, le pensioni da totalizzazione o da cumulo, nelle quali sia presente anche un solo periodo contributivo a carico delle casse professionali, devono ritenersi escluse dall’ambito applicativo della norma citata e non interessate dalla riduzione in parola.

Previdenza - ListaPosPA - Introduzione nuovo elemento
L’INPS ha emanato il messaggio n. 3056 del 9 agosto 2019, con il quale comunica che l’elemento, all’interno del flusso UNIEMENS– ListaPosPA, è stato introdotto anche nel quadro V1 Causale 5.
Lo stesso elemento è stato implementato al fine di consentire la possibilità, anche per la Gestione ENPDEP, oltre a quella pensionistica e del Fondo credito, di evidenziare la quota di contributo da versare a seguito delle operazioni di conguaglio.

Previdenza - Contributi dovuti per amministratori locali iscritti alla Gestione separata  - Nuovo tipo rapporto e adeguamento

L’INPS ha emanato il messaggio n. 3268 del 10 settembre 2019, con il quale informa che al fine della corretta individuazione del contributo dovuto e della corretta compilazione del flusso Uniemens, viene introdotto un nuovo “Tipo rapporto” specifico per gli enti locali obbligati al versamento della contribuzione per gli amministratori locali che svolgono attività libero professionale, iscritti alla gestione separata e obbligati all’aliquota maggiore. Per i periodi correnti, gli enti locali interessati devono presentare, per gli amministratori locali per i quali è dovuta la contribuzione con aliquota piena, i flussi Uniemens utilizzando, nella sezione , il nuovo codice “19” da inserire nell’elemento di .
Per i periodi pregressi, a decorrere dal 2015, tali istruzioni devono essere utilizzate anche per gli amministratori locali per i quali è stata versata la contribuzione con aliquota piena (27,72% e/o 25,72%). Per le denunce già presentate, l’ente dovrà effettuare le necessarie variazioni dei flussi utilizzando il codice istituito con il presente messaggio.

Accesso - Esclusione procedura selettiva per procedimenti penali in corso - Avviso conclusione indagini preliminari

Nel caso in cui il bando di concorso preveda tra le clausole di partecipazione "l'assenza di procedimenti penali in corso", ostativi al rapporto di pubblico impiego, deve essere escluso il candidato che, al momento della presentazione della domanda, abbia ricevuto un avviso di conclusione d'indagini preliminari, ex art. 415-bis c.p.p.. Così il TAR Lazio - sezione II-bis - con la sentenza n. 10225 del 01 agosto 2019, con la quale ha respinto il ricorso di una candidata ad un procedura concorsuale indetta da un comune, avverso la propria esclusione per mancanza di uno dei requisiti previsti dal bando.
In particolare, l'ente aveva indetto un concorso per l'assunzione a tempo indeterminato del comandante di polizia locale, richiedendo nel bando l'assenza di procedimenti penali in corso, ostativi all'assunzione del lavoro pubblico, in capo ai candidati. Tuttavia, un candidato - peraltro già in servizio presso altri enti - presentava domanda dichiarando l'assenza di procedimenti penali in corso ma l'ente, a seguito di verifiche, veniva a conoscenza del fatto che il medesimo soggetto aveva ricevuto due avvisi di conclusione di indagini preliminari, ex art. 415-bis c.p.p., per condotte antecedenti la data di presentazione dell'istanza.
Ciò posto, dunque, il comune escludeva il candidato e il TAR conferma tale decisione, sull'assunto che l’avviso all’indagato di conclusione delle indagini preliminari, emesso ex art. 415-bis c.p.p., è da farsi rientrare appieno nella fase del procedimento penale antecedente il processo.

Accesso - Previsione titoli partecipazione procedura selettiva - Tassatività

"Ove il bando richieda per la partecipazione ad una procedura evidenziale (concorso pubblico o procedura di gara) il possesso di un determinato titolo di studio o di uno ad esso equipollente, la determinazione dello stesso deve essere intesa in senso tassativo, con riferimento alla valutazione di equipollenza formulata da un atto normativo, e non può essere integrata da valutazioni di tipo sostanziale compiute ex post dall'Amministrazione". Questo è il principio ribadito dal Consiglio di Stato - sezione V - con la sentenza n. 5924 del 28 agosto 2019, con la quale ha accolto il ricorso di un ente, avverso la sentenza che aveva dichiarato l'illegittimità di un bando per l’affidamento a titolo gratuito di incarichi professionali. In particolare, un libero professionista (iscritto all'albo degli ingegneri e architetti, con laurea in ingegneria meccanica) aveva impugnato il bando, in quanto, a suo dire, non aveva potuto partecipare per mancanza del titolo di studio richiesto (laurea in ingegneria civile).
D'altro canto, il soggetto aveva lamentato che il bando, nello specificare i titoli di laurea richiesti ai professionisti (pianificazione urbanistica e territoriale, architettura o ingegneria civile, o titoli equipollenti), avrebbe escluso il suo profilo, laureato in ingegneria meccanica, nonostante la sussistenza di una clausola di equipollenza e l'iscrizione all'albo, anch'essa richiesta dal bando.
Ciò posto, tuttavia, il Collegio annulla la sentenza, illustrando come il soggetto non avrebbe avuto titolo a proporre alcuna impugnazione, non avendo partecipato alla procedura. Del resto, precisa il Collegio, ove il bando richieda per la partecipazione ad una procedura evidenziale (concorso pubblico o procedura di gara) il possesso di un determinato titolo di studio o di uno ad esso equipollente, la determinazione dello stesso deve essere intesa in senso tassativo, con riferimento alla valutazione di equipollenza formulata da un atto normativo, e non può essere integrata da valutazioni di tipo sostanziale compiute ex post dall'amministrazione.
Tale principio, infatti, poggia sul dovuto riconoscimento in capo all’amministrazione che indice la procedura selettiva (ferma la definizione del livello del titolo, affidata alla legge o ad altra fonte normativa) di un potere discrezionale nell’individuazione della tipologia del titolo stesso, da esercitare tenendo conto della professionalità e della preparazione culturale richieste per il posto da ricoprire, l’incarico da espletare o il contratto da eseguire. Ma, nel caso di specie, il disciplinare prevedeva il necessario possesso di una laurea (in pianificazione urbanistica e territoriale, od architettura od ingegneria civile o titolo equipollente), nonché l'abilitazione all’esercizio della professione e l'iscrizione al rispettivo ordine/albo professionale. In ogni caso, la disciplina in vigore garantisce il formale riconoscimento dell’equipollenza tra la laurea in ingegneria meccanica, conseguita secondo il vecchio ordinamento, e la laurea in ingegneria civile richiesta dalla documentazione di gara, in quanto utile all'iscrizione all’albo professionale, proprio come nel caso del professionista.
Da ciò, sarebbe disceso che:
1. il bando per cui era causa non aveva attitudine immediatamente escludente, in relazione ai requisiti di partecipazione vantati dal professionista;
2. per tal via, l’impugnazione poteva essere proposta unicamente nel caso di partecipazione alla gara o manifestazione formale del proprio interesse alla procedura, con conseguente dichiarazione di inammissibilità del ricorso nei confronti dei non partecipanti.

Accesso - Dichiarazione condanne penali - Autocertificazione

Non sussiste il reato di falso in capo al soggetto che, alla presentazione di certificazioni alla PA per il conseguimento del lavoro, dichiari di non aver riportato condanne penali, nonostante a suo carico vi sia una sentenza passata in giudicato per applicazione di pena su richiesta (quattro mesi di reclusione), ex art. 444 c.p.p..
Questo, in sintesi, quanto deciso dalla Corte di Cassazione - Penale, sezione II - con la sentenza n. 37556 del 11 settembre 2019, con la quale ha assolto un soggetto per i reati di falso e truffa aggravata, reo di aver falsamente attestato, in una domanda di inserimento in graduatoria per un lavoro pubblico, di non aver riportato condanne penali, mentre invece a suo carico vi era un precedente definitivo di applicazione di pena su richiesta. In particolare, ribaltando la decisione del grado precedente, la Cassazione illustra che, alla luce della normativa vigente all'epoca dei fatti, allorché il soggetto redigeva la dichiarazione con l'atto sostitutivo di atto notorio, non era tenuto a dichiarare nulla di più di quanto sarebbe risultato dal certificato penale, con la non menzione ex lege della sentenza di applicazione di pena. Tale ricostruzione esegetica, peraltro, sarebbe ora espressamente confermata dalla nuova versione dell'art. 28, comma 8, del d.p.r. 313/2002, secondo cui l'interessato che, a norma degli artt. 46 e 47 del d.p.r. 445/2000 rende dichiarazioni sostitutive all'esistenza nel casellario giudiziale di iscrizioni a suo carico, non è tenuto a indicare la presenza di quelle di cui all'art. 24, comma 1. Dunque, non è tenuto a indicare le iscrizioni dei provvedimenti previsti dall'art. 445 c.p.p., quando la pena irrogata non superi i due anni di pena detentiva soli o congiunti a pena pecuniaria; e ciò che era accaduto nel caso in esame,, avendo il soggetto concordato l'applicazione della pena di quattro medi di reclusione.

Capacità assunzionale - Regime differenziato regioni statuto speciale - Enti Friuli Venezia Giulia

Il Sindaco del Comune di Doberdò del Lago inoltra una richiesta di parere alla Corte dei Conti - sezione regionale di controllo per il Friuli Venezia Giulia, sulla possibilità per un comune, a fronte dell’eventuale perdurante inerzia del legislatore regionale, di avvalersi della possibilità di sostituzione immediata del personale cessato prevista dall’art. 14-bis del d.l. 4/2019, introdotto dalla legge di conversione 26/2019, e di riparametrare le proprie capacità assunzionali al criterio delineato dall’art. 33 del d.l. 34/2019 (convertito con modificazioni dalla l. 58/2019).
Con deliberazione n. 21/2019/PAR del 5 settembre 2019, la Sezione, preliminarmente, ricorda la particolare autonomia riconosciuta al Friuli Venezia Giulia in virtù di uno statuto approvato con legge costituzionale, nell’ambito del quale al legislatore regionale è riconosciuta potestà legislativa primaria in materia di ordinamento degli enti locali. Inoltre, a completamento del quadro, viene a altresì ricordato che con legge regionale è stato istituito il comparto unico del pubblico impiego della regione e degli enti locali, che ha sottratto tutti gli enti locali del Friuli Venezia Giulia alla disciplina della contrattazione nazionale, nell’ottica di promuovere un’omogeneizzazione dei trattamenti funzionale alla razionalizzazione degli apparati amministrativi sul territorio. In tale contesto, dunque, il Collegio ritiene che interventi legislativi inseriti nella normativa nazionale che determinino incrementi dei livelli della spesa per il personale, vanno prudentemente correlati esclusivamente ad un contesto, quale quello nazionale, in cui il costo del lavoro ha seguito evoluzioni e dinamiche diverse e più contenute di quello del comparto unico regionale del Friuli Venezia Giulia e non appaiono configurabili applicazioni automatiche in ambito regionale nelle ipotesi in cui, dagli stessi, dovessero potersi determinare possibili pregiudizi per gli equilibri del sistema integrato.
Solo attraverso l’intervento del legislatore regionale potranno, quindi, essere ponderati attentamente gli effetti di eventuali recepimenti della normativa statale che, atteso il peculiare livello del costo del lavoro in Friuli Venezia Giulia, siano suscettibili di pregiudicare il perseguimento di quegli obiettivi di finanza pubblica che risultano strumentali a garantire livelli di spesa necessari a mantenere l’equilibrio del sistema integrato e, di conseguenza, l’obiettivo pattuito con lo Stato.
Quindi, sulla scorta delle predette riflessioni, i Giudici friulani ritengono che, qualora una normativa statale ampliativa delle capacità assunzionali possa essere applicata da un comune mantenendo il rispetto dei limiti di spesa del personale stabiliti dalla normativa regionale, il suo automatico recepimento sarà legittimato, mentre, nel caso contrario, in costanza della legislazione vigente e senza ulteriori interventi di adeguamento da parte del legislatore regionale, l’applicazione della norma statale non risulterà possibile.

Amministratori e organi - Revisori enti locali - Agenda adempimenti ANCITEL

Con comunicato del 10 settembre 2019, l'ANCITEL fa sapere di aver messo a disposizione "l’Agenda del Revisore", con la quale fornisce un riepilogo mensile degli adempimenti che i revisori degli enti locali sono chiamati a svolgere nel corso dell’esercizio.
L’agenda è consultabile online sul portale della società e sarà disponibile, gratuitamente, fino a dicembre.

Amministratori e organi - Indennità funzione amministratori - Misura massima

Il Sindaco del Comune di Giulianova pone un quesito alla Corte dei Conti - sezione regionale di controllo per l'Abruzzo, in ordine alla determinazione dei compensi degli amministratori comunali. In particolare, viene chiesto se le predette indennità di funzione spettanti agli amministratori, a decorrere dall’entrata in vigore del d.l. 112/2008 (convertito dalla l. 133/2008), devono essere riparametrate esclusivamente in ragione dei valori di cui al d.m. 119/2000, ridotti della percentuale del 10% prevista dall’art. 1, comma 54, della l. 266/2005.
Con deliberazione n. 113/2019/PAR del 12 settembre 2019, la Sezione, ripercorrendo la normativa e i consolidati orientamenti della giurisprudenza contabile in materia, ritiene che le predette indennità possono essere determinate dall’amministrazione comunale nel limite della misura teorica massima legale definita dal d.m. 119/2000, in ragione della dimensione demografica dell’ente, fermo restando l’abbattimento percentuale previsto dall’art. 1, comma 54, della l. 266/2005, da applicarsi all'ammontare dell’indennità risultante alla data del 30 settembre 2005.

Procedimento disciplinare e responsabilità - Contestazione   addebiti -  Non  necessaria  indicazione sanzione applicabile

"In tema di sanzioni disciplinari nel pubblico impiego privatizzato, la contestazione dell'infrazione, per essere valida, deve contenere l'indicazione dei fatti addebitati, mentre non è necessaria l'indicazione espressa della sanzione per essi prevista. In ogni caso l'attribuzione della competenza al Dirigente della struttura cui appartiene il dipendente o all'Ufficio per i procedimenti disciplinari, ai sensi dell'art. 55-bis d. Igs. 165/2001, si definisce esclusivamente sulla base delle sanzioni edittali massime stabilite per i fatti quali indicati nell'atto di contestazione e non sulla base della misura che la P.A. possa prevedere di irrogare, né è ragione di invalidità la circostanza che l'U.P.D, presso cui si radichi il procedimento nei termini di cui sopra, fruendo dell'intero margine edittale, applichi infine una sanzione inferiore a quella che costituisce discrimine di tale competenza, qualora ciò sia conseguenza della necessaria proporzionalità rispetto ai fatti addebitati".
Questi i principi espressi dalla Corte di Cassazione - Civile, sezione lavoro - con la sentenza n. 20845 del 02 agosto 2019, con la quale ha confermato le sanzioni irrogate ad un dirigente provinciale, reo di aver fatto pubblicare, a spese dell'ente, un volume di cui risultava autore, senza che esso recasse alcun riferimento all'amministrazione e individuando il fornitore senza procedere a gara ufficiosa ed informale, nonostante la spesa complessiva fosse superiore al limite per cui tale gara era prescritta (il tutto attraverso un frazionamento dei costi su due annate, per importi unitari inferiori al predetto limite). In particolare, a fronte delle doglianze del soggetto, la Corte conferma la sanzione, illustrando come la condotta non poteva ritenersi legittima.
Per di più, il Collegio stigmatizza anche un ulteriore comportamento del lavoratore (anch'esso sanzionato dalla PA), avendo il dirigente sollecitato e autorizzato la collaborazione retribuita, per quel volume, di tre dipendenti del suo settore, con svolgimento del lavoro almeno parzialmente in orario di ufficio e costi, come da preventivo dell'editore, rimasti a carico della provincia.

Procedimento disciplinare e responsabilità - Indebito utilizzo risorse per estinzione sanzione pecuniarie amministratori e dipendenti - Configurazione reato di peculato

Risponde del reato di peculato - ex art. 314 c.p. - il dirigente della società in house che distrae risorse della società ai fini del pagamento di sanzioni pecuniarie inflitte, ad amministratori e dirigenti persone fisiche, per violazioni in materia di sicurezza sul lavoro e ambientali, danti luogo a responsabilità penale personale dei singoli addetti. Questa, in sintesi, la decisione della Corte di Cassazione - Penale, sezione VI - espressa nella sentenza n. 38260 del 16 settembre 2019, con la quale ha confermato la condanna nei confronti del dirigente del settore finanziario di una società in house, reo di aver utilizzato risorse societarie per estinguere sanzioni pecuniarie elevate nei confronti di amministratori e dipendenti, per violazione delle norme in materia di sicurezza sul lavoro. In particolare, contestando la condanna, il soggetto aveva sostenuto di aver agito in conformità alla normativa e a tutela dell'interesse dell'ente, ritenendo che il fine degli esborsi fosse quello di evitare il coinvolgimento della compagine societaria e perseguire la via più veloce per evitare ulteriori danni.
In realtà, respingendo le doglianze, la Corte evidenzia come la normativa in materia di sicurezza e di igiene del lavoro preveda una duplice tipologia di sanzioni, di natura amministrativa e penale, e come a tali profili di responsabilità possa aggiungersi la responsabilità civile dell'autore del fatto illecito nei confronti del soggetto che sia stato eventualmente danneggiato.
Inoltre, precisa il Collegio, in relazione agli illeciti di natura amministrativa, trova applicazione l'art. 6, commi 3 e 4, della l. 689/1981, laddove prevede la responsabilità della persona giuridica (datore di lavoro) al pagamento della sanzione in solido con l'autore - persona fisica - della violazione (responsabile legale o mero dipendente dell'ente) che abbia commesso l'illecito nell'esercizio delle proprie funzioni o incombenze, salvo il regresso nei confronti di quest'ultimo.
Diversamente, quanto ai reati contemplati dalla normativa de qua, versandosi in materia penale - in relazione alla quale la responsabilità è personale - l'ente (datore di lavoro) non può rispondere penalmente delle contravvenzioni commesse dal proprio legale rappresentante o dipendente, salvo non ricorrano i presupposti per la responsabilità "amministrativa" derivante da reato ai sensi del d.lgs. 231/2001 (segnatamente ex art. 25-septies, per omicidio o lesioni gravi o gravissime commessi con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro). La persona giuridica può, invece, essere chiamata a rispondere sul piano civile delle conseguenze pregiudizievoli provocate dal proprio addetto in forza della previsione dell'art. 2049 c.c., che contempla espressamente la responsabilità - per fatto altrui - del datore di lavoro per i danni cagionati dai propri dipendenti nell'esercizio delle incombenze a cui sono adibiti.
Ciò posto, quanto al caso in esame, i Giudici illustrano come, in linea teorica, la società in house del comune potesse legittimamente impegnare risorse dell'ente per provvedere al pagamento della sanzione in forma ridotta prevista ai fini dell'estinzione dei reati attribuiti ai propri dipendenti. Si trattava, difatti, di contravvenzioni derivanti da violazioni della normativa in materia di infortuni sul lavoro strettamente connesse all'attività della società, contestate a soggetti che rivestivano cariche all'interno della medesima società, dalle quali sarebbero potute discendere le responsabilità dell'ente ai sensi degli artt. 2049 c.c. e 197 c.p., tali da far sorgere in capo alla società un interesse legittimo - sebbene non un obbligo - al pagamento tempestivo delle sanzioni in forma ridotta con valenza estintiva dell'illecito. In ogni caso, la destinazione all'estinzione di tali contravvenzioni delle risorse dell'ente, vincolate alla realizzazione di un interesse pubblico, presupponeva nondimeno l'adozione di un provvedimento formale da parte dell'organo d'amministrazione, previa verifica dell'esistenza di norme interne legittimanti la fuoriuscita di cassa e di uno specifico interesse della società alla pronta estinzione degli illeciti (connesso ai profili di responsabilità civile e non penale). Circostanza, questa, che tuttavia non si era verificata, per cui il dirigente, nell'ordinare l'estinzione di reati contravvenzionali contestati ai dipendenti della società con l'impiego di risorse dell'ente, aveva conferito al denaro pubblico - di cui aveva la disponibilità giuridica in virtù dell'ufficio ricoperto - una destinazione non conforme agli scopi di pubblico interesse ad esso sottostanti, stante l'assenza di un provvedimento formale ricognitivo dell'esistenza di un obbligo giuridico o comunque di un interesse, concreto ed effettivo, della persona giuridica a provvedere in tale senso.

Previdenza - Gestione deleghe accesso servizi Gestione dipendenti pubblici - Modello “RA012"

L’INPS ha emanato il messaggio n. 3357 del 17 settembre 2019, con il quale fornisce informazioni circa la gestione delle deleghe per l’accesso ai servizi della gestione dipendenti pubblici. In particolare, l’Istituto ricorda che con la circolare n. 71 del 29 aprile 2016 (“Unificazione delle credenziali di accesso di Amministrazioni ed Enti Pubblici ai servizi Internet dell’Istituto”), sono state omogenizzate le procedure di accesso ai servizi della Gestione dipendenti pubblici a quelle già in uso per la altre procedure INPS, prevedendo che l’accesso a tali servizi è consentito solo a seguito di rilascio del PIN dispositivo all’operatore dell’ente.
A seguito dell’acquisizione delle credenziali attraverso l’utilizzo del canale telematico, la struttura INPS territorialmente competente procede, quindi, al rilascio delle abilitazioni previste. Per i servizi indicati sul modello “RA012” – facenti capo a denunce contributive e versamenti, contribuzione figurativa, prestiti, riscossione crediti, gestione TFR/TFS – dette abilitazioni sono rilasciate al legale rappresentante dell’ente, ovvero a soggetto da questi delegato, a condizione che si tratti di dipendente dell’amministrazione stessa.

Previdenza - Compatibilità titolarità cariche sociali nell’ambito di società di capitali - Svolgimento attività lavoro subordinato per la società

L’INPS ha emanato il messaggio n. 3359 del 17 settembre 2019, con il quale illustra l'orientamento formatosi in seno alla giurisprudenza di legittimità in ordine alla compatibilità tra la titolarità di cariche sociali e l’instaurazione, tra la società e la persona fisica che l’amministra, di un autonomo e diverso rapporto di lavoro subordinato, atteso che il riconoscimento di detto rapporto esplica effetto ai fini delle assicurazioni obbligatorie previdenziali e assistenziali.

Previdenza - Comunicazione telematica cessazione e “Ultimo Miglio TFS - Passaggio nuovo sistema

L’INPS ha emanato il messaggio n. 3400 del 20 settembre 2019, con il quale ha rilasciato in esercizio un applicativo volto a sostituire i modelli cartacei di comunicazione dei dati giuridici ed economici necessari alla liquidazione dei trattamenti di fine servizio (modelli “PL1” e “350/P”).

Varie - Collocamento obbligatorio - Pubblicazione in GU direttiva Dipartimento Funzione Pubblica

Il Dipartimento della Funzione Pubblica ha pubblicato, sulla Gazzetta Ufficiale n. 213 del 11 settembre 2019, la Direttiva 24 giugno 2019 con i chiarimenti e linee guida in materia di collocamento obbligatorio delle categorie protette.
La finalità perseguita dalla Direttiva è quella di rendere più efficaci gli strumenti approntati dalla legge per i beneficiari del collocamento obbligatorio.

Varie - Comunicazioni obbligatorie - Aggiornamento standard tecnici

L’ANPAL ha pubblicato il Decreto direttoriale n. 394 del 16 settembre 2019, con il quale rende disponibili gli aggiornamenti agli standard tecnici delle comunicazioni obbligatorie. Tali aggiornamenti entreranno in vigore alle ore 16.00 del 5 novembre 2019.

Ordinamento professionale e rapporto di lavoro – Stipula contratto a termine in deroga - Requisiti

L’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) ha emanato la nota n. 8120 del 17 settembre 2019, con la quale, in risposta ad un quesito della IIL di Milano, fornisce alcuni chiarimenti in merito ai requisiti per la stipula del cd. contratto a termine assistito, ai sensi dell’art. 19, comma 3, del d.lgs. 81/2015. In particolare, l’Ispettorato evidenzia le caratteristiche che deve avere l’ulteriore contratto a termine che le parti possono sottoscrivere, presso agli uffici territoriali del lavoro, nel caso in cui abbiano raggiunto il massimale di durata previsto dalla legge o dal contratto collettivo.

Trasparenza, anticorruzione e privacy - Responsabile protezione dati (RPD) – Requisiti incaricato

“Qualora la funzione di R.P.D. sia svolta da una persona giuridica, “è indispensabile che ciascun soggetto appartenente alla persona giuridica e operante come RPD soddisfi tutti i requisiti applicabili come fissati nella sezione 4 del RGPD”, così, implicitamente ma inequivocabilmente, richiedendo che il soggetto (persona fisica) operante come R.P.D. debba essere “appartenente” alla persona giuridica, e tale “appartenenza” deve essere provata”.
Questo, in sintesi, quanto chiarito dal TAR Puglia – sede di Lecce, sezione III – con la sentenza n. 1468 del 13 settembre 2019, con la quale ha accolto il ricorso di un soggetto, candidato ad una procedura comparativa per l’individuazione del data protection officer di un comune, avverso gli atti che avevano dichiarato vincitore un altro partecipante.  In particolare, il soggetto (persona fisica) aveva lamentato che il comune, disattendendo il proprio bando, aveva individuato quale soggetto vincitore una persona giuridica che, a sua volta, aveva designato una persona fisica quale incaricato a ricoprire il ruolo, senza tuttavia chiarire il legame con la società.
Ciò posto, il Tribunale accoglie il ricorso, illustrando come la società non avesse dato prova dell’appartenenza della persona fisica, incaricata di svolgere le funzioni di RPD, alla propria struttura o al proprio organico e, dunque, non era chiaro come la funzione da questi svolta potesse essere riferita immediatamente alla compagine societaria. D’altro canto, aggiunge il Collegio, le Linee Guida n. 243 - adottate il 5.4.2017 dal WP29, richiedono espressamente che la persona fisica che svolge le funzioni di RPD, quando le stesse siano state assegnate ad una persona giuridica, deve necessariamente essere un membro della stessa, ossia “appartenere” alla medesima.
Secondo il TAR, peraltro, in detta ottica, non sarebbe sufficiente nemmeno un rapporto professionale ai sensi dell’art. 2222 c.c., trattandosi di uno scenario in cui la personal fisica gode di una propria autonomia nell’esplicazione dell’incarico, così ponendo seri dubbi circa la sussistenza del requisito dell’appartenenza.

Ordinamento professionale e rapporto di lavoro – Attività di notifica messo comunale – Legittimo affidamento incarico esterno


“Poiché dunque la legge continua a prevedere la possibilità che le notificazioni siano eseguite da "messi comunali", ma non ne dà una definizione generale, questa Corte ne ha tratto la conclusione che la qualifica di "messo comunale" prescinde dal rapporto giuridico che lega il messo al Comune. Potranno dunque aversi messi che siano dipendenti della p.a.; messi che siano funzionari non dipendenti; messi che siano mandatari dell'ammilnistrazione; messi che siano appaltatori di servizi per l'amministrazione”.
Queste le conclusioni cui è giunta la Corte di Cassazione – Civile, sezione III – con la sentenza n. 22167 del 05 settembre 2019, con la quale ha respinto il ricorso di un soggetto che lamentava l’illegittimità della notificazione di alcuni atti di accertamento. In particolare, l’utente aveva lamentato l’invalidità della notifica dei verbali di contestazione/accertamento effettuata da incaricati di una società privata, ritenendo che l' attività notificatoria non può essere affidata dall'ente accertatore della violazione ad agenzie o società private. Tuttavia, nel respingere la doglianza, la Cassazione illustra che all'epoca in cui i verbali di accertamento della violazione vennero notificati al soggetto (2010), la materia era disciplinata dall'art. 201, comma 3, del codice stradale, rimasto da allora invariato. Tale norma elenca quattro diversi soggetti cui può essere affidata la notificazione del verbale di contestazione o accertamento e dell'infrazione al codice della strada, ovvero:
a) gli organi incaricati dei servizi di polizia stradale;
b) i messi comunali;
c) un funzionario dell'amministrazione che ha accertato la violazione;
d) il servizio postale.
Quale che sia la modalità prescelta, la legge prevede poi una norma di chiusura, la quale stabilisce che "comunque" (e dunque anche nel caso di notificazioni eseguite senza il rispetto delle suddette previsioni) le notificazioni si intendono validamente eseguite quando siano fatte alla residenza, domicilio o sede dell'obbligato, risultante dalla carta di circolazione, o dall'archivio nazionale dei veicoli, o dal PRA o dalla patente di guida del conducente autore dell'infrazione. La legge, dunque, consente che il verbale di contestazione o accertamento sia notificato da "messi comunali".
In ogni caso, la nozione di "messo comunale" era, in passato, prevista in linea generale dall'art. 273 del r.d. 383/1934, norma abrogata dall'art. 64 della I. 142/1990, ribadita dall'art. 274 d.Igs. 267/2000.
Nondimeno, sono ancora molte le norme tuttora in vigore che continuano a fare riferimento alla figura del "messo comunale", ma poiché la legge continua a prevedere la possibilità che le notificazioni siano eseguite da messi, senza che ve ne sia una definizione generale, la Corte ritiene che la qualifica di messo prescinde dal rapporto giuridico che lega il medesimo all’ente.
Del resto, proseguono i Giudici, qualsiasi attività umana può formare oggetto sia di un rapporto di lavoro autonomo, sia di un rapporto di lavoro subordinato, sicché in mancanza di norme di legge che impongano l'adozione dell'uno piuttosto che dell'altro tipo di rapporto, l'amministrazione comunale resta libera di scegliere la formula contrattuale più consona al pubblico interesse. È consentito, quindi, all'amministrazione comunale appaltare a soggetti privati l'esecuzione dei compiti del messo comunale, ivi compresa la notificazione dei verbali di accertamento delle infrazioni al codice della strada.

Amministratori e organi – Compenso organo revisione – Requisiti procedura rideterminazione


Il Sindaco del Comune di Lainate formula una serie di quesiti alla Corte dei Conti - sezione regionale di controllo per la Lombardia, in tema di adeguamento del compenso dei componenti dell’organo di revisione economico-finanziaria a seguito dell’entrata in vigore del decreto interministeriale del 21 dicembre 2018 e dei nuovi parametri previsti dallo stesso provvedimento.
Con deliberazione n. 351/2019/PAR del 12 settembre 2019, la Sezione richiama i principi di diritto enucleati dalla Sezione delle Autonomie nelle deliberazioni n. 16/2017/QMIG e n. 14/2019/QMIG, secondo cui:
- deve escludersi, in via generale, che possa riconoscersi la facoltà per gli enti ad un possibile adeguamento, in corso di rapporto, del compenso dell’organo di revisione che, di norma, resta fissato nella misura deliberata in origine;
- tuttavia, tenuto conto, tra l’altro, delle finalità perseguite dal decreto di adeguamento, oltre che a quanto stabilito, in via generale dall’art. 36 Cost., alla luce dei nuovi limiti massimi e dei nuovi parametri recati dal decreto interministeriale 21 dicembre 2018,  ferma la previsione di cui al comma 7 dell’art. 241 del TUEL, è facoltà degli enti locali procedere, ai sensi degli artt. 234 e 241 del TUEL, ad un rinnovato giudizio circa l’adeguatezza dei compensi liquidati anteriormente al predetto decreto alla stregua dei limiti massimi fissati dal d.m. 20 maggio 2005 e, se del caso, provvedere ad una rideterminazione degli stessi al fine di ricondurli nei limiti di congruità e di adeguatezza, previa attenta verifica della compatibilità finanziaria e della sostenibilità dei nuovi oneri;
- l’eventuale adeguamento non ha effetto retroattivo e decorre dalla data di esecutività della deliberazione di rideterminazione del compenso assunta dall’organo consiliare ai sensi degli artt. 234 e 241 TUEL;
- gli organi consiliari – ai quali il combinato disposto degli art. 243 e 241 TUEL intesta la competenza a determinare l’emolumento di cui trattasi – dovranno verificare se la misura del compenso inizialmente deliberata dall’ente locale si manifesti chiaramente non più rispondente ai limiti minimi di congruità ed adeguatezza che, anche sulla base di principi derivanti dall’ordinamento comunitario, sono considerati esistenti in materia e, previa verifica della compatibilità finanziaria e della sostenibilità dei nuovi oneri, adottare i conseguenti provvedimenti necessari per riportare il compenso ad un livello conforme ai suddetti parametri;
- l’interesse del revisore ad un adeguato corrispettivo si realizza, allo stato della normativa, mediante lo strumento contrattuale - ove sia possibile la determinazione concordata del compenso (pur nei limiti massimi fissati dalla legge) - o in sede giudiziaria qualora la remunerazione fissata unilateralmente dall’ente appaia incongrua.

Trattamento economico – Istituzione incentivo per accertamento tributi erariali e contributi sociali non corrisposti – Termini approvazione bilancio

Il Sindaco del Comune di Sant’Agata Bolognese formula alla Corte dei Conti – sezione regionale di controllo per l’Emilia Romagna, una richiesta di parere in riferimento alla possibilità di istituire l’incentivo economico a favore dei dipendenti comunali per le attività connesse alla partecipazione del comune all’accertamento dei tributi erariali e dei contributi sociali non corrisposti, tenuto conto del disposto di cui all’art. 1, comma 1091, della l. 145/2018.
In particolare, chiede se il termine per l’approvazione del bilancio debba intendersi solo con riferimento al
31/12 dell’anno di riferimento ai sensi dell’art. 163, comma 1, del d.lgs. 267/2000 o può essere correttamente riferito al termine differito, ai sensi dell’art. 163, comma 3, del d.lgs. 267/2000, con apposita legge e/o decreti ministeriali. Con deliberazione n. 52/2019/PAR del 18 settembre 2019, la Sezione ritiene che la risposta al quesito è nel senso che il termine per l’approvazione del bilancio è da intendersi il 31/12 dell’anno di riferimento di cui all’art. 163, comma 1, del d.lgs. 267/2000 e non anche il termine differito.
Secondo il Collegio, deporrebbe in tal senso la chiara disposizione di cui all’art. 1, comma 1091, della l. 145/2018. Invero, l’inciso di cui alla norma citata consentirebbe la facoltà di destinare risorse per incentivi al personale per l’accertamento di imposte municipali alla condizione dell’approvazione del bilancio di previsione e del rendiconto “entro i termini stabiliti dal testo unico di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267”, e cioè nei termini previsti dall’art. 163, comma 1, TUEL, e dunque solo nel caso in cui il bilancio di previsione sia approvato dal consiglio entro il 31 dicembre dell'anno precedente. D’altro canto, nell’ipotesi in cui il bilancio di previsione dell’ente non sia approvato nel termine fisiologicamente indicato, il legislatore, all’art. 163 citato, limita l’attività gestionale dell’ente ad una serie di attività tassativamente indicate e tra esse non può rientrarvi quella della destinazione di incentivi al personale. E ciò in base alla sottesa considerazione concernente la fase di criticità in cui versa quell’ente che non sia in grado di corrispondere al fondamentale obiettivo della tempestiva approvazione del bilancio di previsione, dal che discende, ex lege, una gestione di tipo provvisorio dell’ente e limitata a specifiche attività.

Incarichi e incompatibilità – Conferimento incarichi progettazione – Requisiti e contabilizzazione

Il Sindaco del Comune di Trescore Balneario chiede alla Corte dei Conti - sezione regionale di controllo per la Lombardia, un parere in merito al conferimento e contabilizzazione di incarichi di progettazione, anche alla luce delle modifiche introdotte dal d.m. 01 marzo 2019 all’allegato 4/2 del d.lgs. 118/2011.
Con deliberazione n. 352/2019/PAR del 12 settembre 2019, la Sezione evidenzia che per la corretta contabilizzazione della spesa di progettazione rileva il riferimento agli stanziamenti sull’opera complessiva, a cui la fase progettuale è funzionalmente e strutturalmente correlata. Peraltro, prosegue il Collegio, la progettazione di un’opera, seppur articolata secondo livelli, non può prescindere da un quadro trasparente e determinato a monte, relativamente alla sua realizzazione e, sotto il profilo contabile, relativamente ad una chiara previsione ed effettiva contezza delle relative forme di finanziamento. Per cui, il conferimento di un incarico relativo alle spese di progettazione, secondo le regole predette e da contabilizzare tra le spese di investimento, va inserito nell’ambito di una effettiva e concreta programmazione dell’opera, ove anche le risorse e i mezzi finanziari complessivi da utilizzare devono essere conosciuti o conoscibili ex ante, con un grado di attendibilità tale da evitare che si faccia ricorso ad un affidamento non funzionalizzato al perseguimento di un concreto interesse pubblico. Risulta, altresì, indispensabile l’accertamento della fattibilità e della finanziabilità dell’opera pubblica, quale condizione minima e imprescindibile per il conferimento di un incarico di progettazione; ciò vale anche nell’ipotesi in cui si decida di far rientrare l’affidamento dell’incarico tra le spese correnti, dovendo l’ente, se del caso, valutare attentamente tale possibilità, pur sempre nel rispetto dei principi e delle regole contabili e del perseguimento dell’interesse pubblico della comunità amministrata.

Incarichi e incompatibilità – Affidamento incarico di staff tramite co.co.co. - Illegittimità

Rispondono di danno erariale il sindaco e segretario di un ente che assumano un ex dirigente del comune (in quiescenza) quale componente dell’ufficio di staff (quale segretaria particolare del sindaco), mediante un contratto di collaborazione coordinata e continuativa, anziché con un contratto di lavoro subordinato a tempo determinato, come previsto dall’art. 90 del d.lgs. 267/2000.
Questo quanto deciso dalla Corte dei Conti – III sezione giurisdizionale centrale d’appello – con la sentenza n. 154 del 27 agosto 2019, con la quale ha confermato la condanna nei confronti di un primo cittadino e del segretario comunale di un ente, rei di aver contribuito all’assunzione di personale in regime di staff tramite la formula della co.co.co.. In particolare, i soggetti avevano eccepito che la norma in parola non vieterebbe l’instaurazione di altre tipologie di rapporto di lavoro che non siano quelle riconducibili al lavoro subordinato, mentre consentirebbe una scelta alternativa tra dipendenti dell’ente ovvero collaboratori assunti con contratto a tempo determinato. Tale contratto per collaboratori, come quello concernente i co.co.co., sarebbe ammissibile anche in base alla normativa generale che applica il principio di flessibilità del lavoro, che consentirebbe ai sindaci di assumere soggetti esterni in rapporto di collaborazione coordinata e continuativa, con tempo ed a retribuzione determinata.
A tale stregua – secondo gli appellanti – soltanto al personale assunto a tempo determinato si applicherebbe il CCNL, mentre al personale non subordinato assunto a tempo determinato come collaboratore non potrebbe applicarsi, perché mancherebbe l’inquadramento, rimanendo comunque il CCNL una fonte orientativa rispetto ai parametri di professionalità ed impegno lavorativo che devono essere impiegati per stabilire il compenso del co.co.co.. Al contrario, smentendo tale ricostruzione, il Collegio evidenzia che l’art. 90 TUEL reca la disciplina degli uffici di supporto agli organi di direzione politica dell’ente locale (uffici c.d. di staff) demandando, sul piano delle fonti, al regolamento sull'ordinamento degli uffici e dei servizi la possibilità di costituire tali strutture operative.
Sul piano organizzativo è previsto che le medesime siano poste alle dirette dipendenze del sindaco (o del presidente della provincia), della giunta o degli assessori e svolgano esclusivamente le funzioni di indirizzo e di controllo attribuite dalla legge agli organi che se ne avvalgono.
Sul piano della consistenza organica, tali strutture devono essere costituite da dipendenti dell'ente, ovvero, salvo che per gli enti dissestati o strutturalmente deficitari, da collaboratori assunti con contratto a tempo determinato, i quali, se dipendenti da una pubblica amministrazione, sono collocati in aspettativa senza assegni.  Ciò posto, il comma 2 del medesimo articolo stabilisce che a tali contratti di lavoro subordinato a tempo determinato si applichi il contratto collettivo nazionale di lavoro del personale degli enti locali e, infine, è previsto che con provvedimento motivato della giunta, per il personale in discorso il trattamento economico accessorio previsto dai contratti collettivi può essere sostituito da un unico emolumento comprensivo dei compensi per il lavoro straordinario, per la produttività collettiva e per la qualità della prestazione individuale (comma 3).
In tale ottica, con riferimento al caso in esame la Corte rileva che l’incaricato non era (più) dipendente del comune e quindi, poteva rivestire la carica di staff quale collaboratore esterno. Tuttavia, doveva essere assunto con contratto a tempo determinato, la cui dimensione economica, in termini di retribuzione, doveva esser stabilita in base all’art. 90, comma 2, TUEL, ossia applicando il CCNL del personale degli enti locali.

Ordinamento professionale e rapporto di lavoro - Gestione rapporto avvocati dipendenti pubblici - Fondamenti

"Nel quadro attualmente vigente la normativa disciplinare è appannaggio in via principale della legislazione primaria oppure, in via subordinata, della contrattazione collettiva: tertium non datur. Nessuno spazio, dunque, per determinazioni unilaterali ed autoritative della PA in qualità di datore di lavoro".
Questo uno dei principi fissati dal TAR Lazio - sezione III-quater - con la sentenza n. 7713 del 14 giugno 2019, con la quale ha affrontato il caso di alcuni dipendenti pubblici - avvocati - che avevano impugnato l'atto con cui la PA di appartenenza, a seguito delle modifiche apportate dal d.lgs. 150/2009, aveva unilateralmente aggiornato il codice disciplinare di detti dipendenti sia con riguardo ai presupposti ed alle singole fattispecie sia con riguardo alle relative sanzioni ed alle connesse procedure. Ciò anche con riguardo a determinati obblighi di servizio come l’orario di presenza in ufficio. In particolare, accogliendo il ricorso, la Corte rileva che, alla luce della normativa, deve escludersi in radice il potere del datore di lavoro pubblico di introdurre deroghe, anche a favore dei dipendenti, all'assetto definito in sede di contrattazione collettiva.
Si tratta, infatti, di uno dei principi cardine della riforma consistita nella "contrattualizzazione" del rapporto di lavoro pubblico, espresso in numerose disposizioni del suo statuto (d.lgs. 165/2001), secondo cui i rapporti di lavoro sono regolati esclusivamente dai contratti collettivi e dalle leggi sul rapporto di lavoro privato.
Ed ancora, l'atto di deroga, anche in melius, alle disposizioni del contratto collettivo sarebbe quindi affetto in ogni caso da nullità, sia quale atto negoziale, per violazione di norma imperativa, sia quale atto amministrativo, perché viziato da difetto assoluto di attribuzione ai sensi della l. 241/1990, art. 21-septies.
E ciò in quanto l'ordinamento esclude che l'amministrazione possa intervenire con atti autoritativi nelle materie demandate alla contrattazione collettiva oppure alla legge. A ciò, aggiunge il Tribunale, in tema di obblighi di orario in capo ai singoli professionisti degli enti pubblici, è stato affermato che l’attività degli avvocati, anche se pubblici dipendenti, è soggetta a scadenze e ritmi di lavoro che sfugge alla potestà organizzativa delle amministrazioni, dipendendo dalle esigenze dei processi in corso nei quali essi sono impegnati, l’esercizio dell’attività di avvocato pubblico comportando, infatti, operazioni materiali (precipuamente procuratorie) ed intellettuali (esemplificatamente studio della controversia e predisposizione delle difese) necessitate dai tempi delle scadenze processuali e proiettate all’esterno, direttamente ascrivibili alla responsabilità del professionista che le svolge. Ne deriva che il principio da tenere fermo è che gli avvocati dipendenti da enti pubblici, nell’esercizio delle funzioni di rappresentanza e difesa giudiziale e stragiudiziale dell’amministrazione, in attuazione del mandato in tal senso ricevuto, sono dei professionisti i quali non possono essere costretti ad un’osservanza rigida e rigorosa dell’ orario di lavoro alla stessa stregua degli altri dipendenti, senza tenere conto della peculiarità dell’attività da loro svolta.

Trattamento economico - Maggiorazione retribuzione personale turnista per lavoro in giornata festiva infrasettimanale - Non debenza

"In tema di prestazioni lavorative svolte secondo turni nell'ambito del normale orario di lavoro da dipendenti della polizia municipale, ove la prestazione cada in giornata festiva infrasettimanale (come in quella domenicale) si applica l'art. 22, comma 5, del CCNL 14.9.2000 comparto Autonomie locali - che compensa il disagio con la maggiorazione del 30% della retribuzione - mentre il disposto dell'art. 24 - che ha ad oggetto l'attività prestata dai lavoratori dipendenti in giorni festivi infrasettimanali, oltre l'orario contrattuale di lavoro - trova applicazione soltanto quando i predetti lavoratori siano chiamati a svolgere la propria attività, in via eccezionale od occasionale, nelle giornate di riposo settimanale che competono loro in base ai turni, ovvero in giornate festive infrasettimanali al di là dell'orario di lavoro". Questo il principio riaffermato dalla Corte di Cassazione - Civile, sezione lavoro - con la sentenza n. 21412 del 14 agosto 2019, con la quale ha affrontato il caso di alcuni agenti di polizia locale che avevano chiesto la condanna dell'ente al pagamento del compenso aggiuntivo previsto dall'art. 24, comma 2, CCNL comparto Regioni Autonomie locali 14.9.2000, rivendicato per l'attività prestata nelle giornate festive infrasettimanali in cumulo con la maggiorazione già percepita per il lavoro prestato in turno nei giorni festivi ai sensi dell'art. 22, comma 5, dello stesso contratto.
In particolare, ribaltando la decisione dei gradi precedenti (a favore di lavoratori), la Cassazione illustra che non spetta la maggiorazione di cui all'art. 24, comma 2, del CCNL in caso di prestazione lavorativa resa in turno, nel normale orario di lavoro, seppur coincidente con una giornata festiva (ricadente nel turno), non potendosi fondatamente cumulare due benefici previsti per finalità e situazioni diverse. Del resto, prosegue il Collegio, il tenore testuale dell'art. 22, comma 5, renderebbe palese la volontà delle parti collettive di attribuire al dipendente che presti attività in giorno festivo ricadente nel turno un'indennità con funzione interamente compensativa del disagio derivante dalla particolare articolazione dell'orario di lavoro, mentre i primi tre commi dell'art. 24 prendono in considerazione situazioni accomunate dal fatto che l'attività lavorativa viene prestata in giorni non lavorativi, ossia l'ipotesi di eccedenza, in forza del lavoro prestato in giorno non lavorativo, rispetto al normale orario di lavoro.

Procedimento disciplinare e responsabilità - Falsa attestazione presenza in servizio - Punibile anche in caso di lavoro straordinario non retribuito

Risponde del reato di truffa aggravata anche il dipendente pubblico che attesti falsamente la presenza in servizio per orari eccedenti l'ordinario debito orario, in quanto sussiste in ogni caso un danno economicamente apprezzabile per la PA, poiché tale "falso" surplus orario può generare recuperi o il pagamento delle ore (in realtà, non rese). Questo, in sostanza, quanto eccepito dalla Corte di Cassazione - Penale, sezione II - con la sentenza n. 29628 del 08 luglio 2019, con la quale ha cassato la sentenza di assoluzione - per il reato di truffa aggravata - nei confronti di un dipendente pubblico, reo di aver falsamente attestato la propria presenza in servizio in orari eccedenti l'ordinaria prestazione. In particolare, la Corte territoriale aveva ritenuto che, pur riconoscendosi la materiale sussistenza delle condotte ascritte (documentate anche mediante riprese video), nella specie fosse insussistente l'elemento costitutivo del danno per la PA in quanto, sebbene per effetto delle condotte artificiose poste in essere dal soggetto risultasse l'espletamento di prestazioni lavorative giornaliere superiori a quelle effettive, non era possibile individuare il danno patrimoniale effettivamente subito dall'amministrazione, atteso che le ore di lavoro eccedenti e pur fatte artificiosamente figurare mediante utilizzo illecito della timbratura con cartellino marcatempo, non erano suscettibili di essere retribuite all'imputato.
Al contrario, la Cassazione fa presente che, oltre al radicale inquinamento del surplus orario determinato dal meccanismo fraudolento, attraverso il possibile sistema dei recuperi orari si riconnette un danno immediato e diretto per la PA, conseguente alla mancata prestazione di servizio del dipendente pubblico, solo apparentemente lecita. Non si tratterebbe di un pregiudizio ipotetico ed eventuale, sebbene di una diretta conseguenza dell'illecito, consistente nell'accumulo di plurime frazioni temporali esentate dalla prestazione lavorativa per effetto di un'ingannevole rappresentazione circa l'esatta consistenza delle attività funzionali in precedenza rese. Ai recuperi orari deve essere, pertanto, riconosciuta una deteriore incidenza economica sulla PA, privata delle prestazioni lavorative - anche di carattere organizzativo - cui il dipendente è tenuto, e che hanno contenuto indiscutibilmente patrimoniale, con ricadute anche sulla continuità ed efficienza del servizio. Nella specie, dunque, erano assodate le reiterate ed ingiustificate assenze dal posto di lavoro dell'imputato, che avevano necessariamente prodotto - tenuto conto anche delle dimensioni circoscritte dell'unità produttiva - un danno patrimoniale per l'ente, chiamato a retribuire una "frazione" della prestazione giornaliera non effettuata ovvero a rinunciare alla prestazione stessa per effetto del meccanismo dei recuperi, con l'ulteriore danno correlato alla mancata presenza del dipendente nel presidio lavorativo, sguarnito della corrispondente unità di lavoro.
Siffatte circostanze, quindi, rilevano agli effetti della configurazione del reato di truffa aggravata, senza che possa riconoscersi valenza esimente all'obiettiva difficoltà di quantificazione del pregiudizio.

Procedimento disciplinare e responsabilità - Falsa attestazione presenza in servizio - Non configurabilità reato di falso

"Non integra il delitto di falso ideologico in atto pubblico la falsa attestazione del pubblico dipendente circa la sua presenza in ufficio riportata nei cartellini marcatempo e nei fogli di presenza, in quanto si tratta di documenti che hanno natura di mera attestazione del dipendente inerente al rapporto di lavoro, soggetto a disciplina privatistica, e che in ciò esauriscono in via immediata i loro effetti, non involgendo affatto manifestazioni dichiarative, attestative o di volontà riferibili alla pubblica amministrazione".
Questo il principio ribadito dalla Corte di Cassazione - Penale, sezione II - con la sentenza n. 38278 del 17 settembre 2019, in relazione al giudizio instaurato nei confronti di un dipendente reo di aver falsamente attestato la propria presenza in servizio. In particolare, la Corte conferma la condanna emessa per il reato di truffa aggravata e la violazione dell'art. 55-quinquies del d.lgs. 165/2001, mentre esclude la configurazione del reato di falso, in quanto le mendaci attestazioni in argomento sono destinate esclusivamente a controlli interni della PA, strettamente inerenti al rapporto di lavoro tra il dipendente e l'ente pubblico.
Come tali non sarebbero sussumibili né nella fattispecie della falsità ideologica del pubblico ufficiale in atto pubblico, né nella fattispecie della falsità ideologica in certificati o autorizzazioni amministrative.
Trasparenza, anticorruzione e privacy - Conflitti di interesse - Indicazioni ANAC
Con nota del 18 settembre 2019, l'ANAC fa sapere che sono stati pubblicati e disponibili on line il terzo e quarto working paper della collana scientifica dell'Autorità:
- "L’Anac e la disciplina dei conflitti di interessi";
-   "La prassi dell’Anac in materia di conflitto di interessi’".
Il primo volume descrive il quadro normativo sui conflitti di interessi nello svolgimento degli incarichi amministrativi. Il secondo analizza la prassi dell’ANAC in materia di conflitti di interessi.
I documenti sono consultabili e scaricabili in formato .pdf.

Trattamento economico - Incentivi funzioni tecniche - Regolamento MIT

È stata resa nota la bozza di nuovo regolamento del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti  in merito all'applicazione dell'art. 113 del d.lgs. 50/2016, che definisce i criteri e le modalità per l'erogazione degli incentivi tecnici per il personale dell'ente.
In particolare, l'atto fa riferimento alle specificità del ministero e contiene norme valide solo per detta realtà; in ogni caso, il provvedimento offre degli spunti di valenza generale, cui attingere anche per la redazione di regolamenti all'interno di altri enti.

Previdenza - Quota 100 - Censimento Enti Erogatori per anticipazione TFS

Con nota Prot. n. 59242 del 20 settembre 2019, il Dipartimento della Funzione Pubblica, fornisce indicazioni in merito all'elenco degli Enti Erogatori di cui all'art. 23 del d.l. 4/2019 (convertito con l. 26/2019), responsabili per il pagamento del trattamento di fine servizio in favore dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche. In particolare, rammenta la nota, l’INPS e gli altri enti pubblici responsabili per l’erogazione del trattamento di fine servizio assumeranno la qualifica di ente erogatore ed avranno, ai fini dell’anticipazione del trattamento di fine servizio, apposite responsabilità e compiti, secondo le modalità previste nel d.p.c.m. (in corso d'adozione) di attuazione dell’art. 23 citato.
Le amministrazioni pubbliche di cui all'art. 1, comma 2, del d.lgs. 165/2001, sono chiamate a  dichiarare la propria situazione al fine della costituzione dell’elenco ufficiale degli enti erogatori del trattamento di fine servizio e la rilevazione è aperta dal 20 settembre 2019 al 3 ottobre 2019.

Varie - Aggiornamento TUEL - Pubblicazione Ministero dell'Interno

Con comunicato del 24 settembre 2019, il Ministero dell'Interno - Dipartimento per gli affari interni e territoriali, fa sapere che è stata pubblicata la nuova edizione del TUEL, approvato con il d.lgs. 267/2000, aggiornato fino alle modifiche apportate dal d.l. 135/2018, convertito, con modificazioni, dalla l. 12/2019, recante “Disposizioni urgenti in materia di sostegno e semplificazione per le imprese e per la pubblica amministrazione”, pubblicato nella GU n. 36 del 12 febbraio 2019.

Accesso – Esonero prove preselettive per personale riservatario interno – Legittimità

Nell’ambito di una procedura concorsuale, “l’esonero del personale interno del comune dalla prova preselettiva costituisce di per sé scelta organizzativa non manifestamente irragionevole, in relazione all’intuitiva riconducibilità a profili esperienziali”.
Questo, in estrema sintesi, quanto dichiarato dal TAR Puglia – sezione I – con ordinanza n. 375 del 20 settembre 2019, con la quale ha respinto l’istanza cautelare promossa da un soggetto avverso il bando con cui un comune aveva previsto l’esonero dallo svolgimento della prova preselettiva da parte dei riservatari interni dell’ente medesimo. Nel dettaglio, il comune aveva indetto un concorso pubblico per titoli e esami, per il conferimento di complessivi 20 posti di funzionario – categoria D - vacanti e disponibili, di cui 10 posti riservati al personale interno.
Il bando, in particolare, aveva previsto che i dipendenti del comune partecipanti in qualità di riservatari erano esonerati dalla prova preselettiva, in quanto ammessi di diritto alle prove d’esame. Ciò posto, tali clausole della lex specialis venivano impugnate ma il Tribunale respinge l’istanza cautelare, rappresentando che l’esonero del personale interno dalla prova preselettiva costituisce di per sé scelta organizzativa non manifestamente irragionevole, in relazione all’intuitiva riconducibilità a profili esperienziali. Del resto, prosegue il Collegio, considerato che si sarebbe potuto alternativamente procedere con concorsi interni riservati esclusivamente al personale già in servizio, in tal modo diminuendo in radice e “a monte” le chances selettive di tutti i partecipanti alla procedura, viceversa dall’attuale scelta apparivano aumentate le possibilità, anche al netto della relativa agevolazione costituita dal contestato esonero dalla prova preselettiva.


Accesso – “Sfalsamento” svolgimento prove concorsuali e punteggi numerici – Requisiti di legittimità

“L’utilizzo del solo punteggio numerico ai fini della valutazione delle prove concorsuali può essere sì sufficiente, ma nel solo caso in cui risultino definiti criteri di massima, anche a livello generale, e precisi parametri di riferimento cui raccordare il punteggio assegnato”.
Questo il principio ribadito dal Consiglio di Stato - sezione V  - con la sentenza n. 6358 del 24 settembre 2019, con la quale ha confermato la sentenza che aveva dichiarato l’illegittimità degli atti di una procedura concorsuale indetta da un ente.
In particolare, la vicenda era originata con l’indizione di un pubblico concorso da parte di un comune, per la copertura di due posti di agente di polizia municipale, di cui uno riservato a personale interno. A tale procedura partecipavano due candidati, in relazione al posto non riservato a personale interno, ma non venivano ammessi alle prove scritte per ritenuta irregolarità dell’elaborato della prova preselettiva stante la presenza di segni di riconoscimento. Il provvedimento di esclusione dal concorso, tuttavia, veniva annullato dal TAR, con sentenza che disponeva la riammissione dei ricorrenti alle successive prove concorsuali.
Nelle more di tale giudizio, in ogni caso, la procedura concorsuale proseguiva, svolgendosi frattanto le rimanenti prove per tutti gli altri candidati. Riammessi alle prove scritta e pratica, svoltesi in tempi diversi e successivi rispetto agli altri candidati, i candidati precedentemente esclusi venivano ritenuti, tuttavia, inidonei e perciò non ammessi alla prova orale; conseguentemente l’amministrazione approvava la graduatoria finale del concorso, immutata rispetto a quella già adottata prima della riammissione al concorso dei predette soggetti.
Questi, però, impugnavano anche tale provvedimento e gli altri atti della procedura, chiedendone l’annullamento al TAR, il quale, nella resistenza del comune e dei controinteressati vincitori, accoglieva il ricorso, in particolare ritenendo fondati i primi due motivi di censura, con cui era stata denunciata l’illegittimità della procedura concorsuale sia per non essersi svolta contemporaneamente per tutti i concorrenti, sia per la mancata previa fissazione dei criteri di valutazione degli elaborati. Ciò posto, il Consiglio di Stato conferma la sentenza, illustrando che lo svolgimento separato e cronologicamente differito delle prove concorsuali nei termini suindicati costituisce evidente violazione dei principi fondamentali di imparzialità, par condicio e anonimato che rappresentano l’in sé delle procedure concorsuali.
Quanto poi alle votazioni numeriche, i Giudici di Palazzo Spada sottolineano che la predeterminazione dei criteri di valutazione è regola generale per tutti i concorsi pubblici, rilevando in egual modo l’esigenza di garantire l’effettiva attuazione della trasparenza della procedura selettiva in quanto si configura, in tutti i casi, quale condizione necessaria e imprescindibile ai fini della sufficiente motivazione del giudizio espresso con voto numerico: ciò in base ai principi enunciati dall’art. 12, comma 1, del d.p.r. 487/1994. L’utilizzo del solo punteggio numerico ai fini della valutazione delle prove concorsuali può essere sì sufficiente, ma nel solo caso in cui risultino definiti criteri di massima, anche a livello generale, e precisi parametri di riferimento cui raccordare il punteggio assegnato. Circostanza, questa, che nel caso di specie non si era realizzata, risultando assenti i criteri valutativi predeterminati in grado di sorreggere l’attribuzione dei punteggi numerici alle singole prove scritte e pratiche.

Amministratori e organi - Rimborso spese viaggio amministratore – Individuazione residenza

“Acclarato, dunque, che non vi è necessaria coincidenza tra residenza anagrafica e residenza civilistica ex art. 43, comma 2, c.c., giova poi evidenziare, per quanto qui rileva, che in materia di rimborso delle spese di viaggio sostenute dall’amministratore locale ai sensi dell’art. 84, comma 3, del d.lgs. 267 del 2000 in caso di mancata corrispondenza bisogna tener conto della residenza effettiva, che può essere provata con ogni mezzo, indipendentemente dalle risultanze anagrafiche”.
Così il Consiglio di Stato  - sezione V  - nella sentenza n. 6359 del 24 settembre 2019, con la quale ha accolto il ricorso di un amministratore locale avverso il diniego dell’ente al rimborso delle spese di viaggio sostenute durante l’espletamento del mandato.
In particolare, il soggetto (sottufficiale della Guardia di Finanza) veniva proclamato eletto alla carica di consigliere nel comune di residenza, ma aveva chiesto il rimborso delle spese di viaggio necessarie per recarsi dalla sede di servizio (posta in altro comune) alla sede dell’ente per partecipare alle sedute del consiglio comunale e per assicurare la necessaria presenza ai fini dello svolgimento delle funzioni proprie.
Il comune inizialmente provvedeva al pagamento del rimborso richiesto, ma nel corso del mandato elettivo sospendeva i pagamenti e, infine, adottava il provvedimento impugnato con cui comunicava il rigetto dell’istanza e l’avvio della procedura per il recupero di quanto già versato. Il consigliere, in ogni caso, lamentava che il comune avesse erroneamente interpretato e applicato la norma di cui all’art. 84, comma 3, del d.lgs. 267/2000, in materia di rimborso delle spese di viaggio agli amministratori locali residenti fuori dal capoluogo ove ha sede l’ente in cui esercitano il mandato amministrativo, dando inopinatamente rilievo al criterio della residenza anagrafica, e non a quello della residenza effettiva (ovvero di fatto). Ciò posto, accogliendo le ragioni del soggetto, il Collegio evidenzia che la nozione di residenza viene in rilevo in molteplici norme, ma non è univoca.
La definizione civilistica di residenza è contenuta all’art. 43, comma 2, c.c., che si riferisce al “luogo in cui la persona ha la dimora abituale”, per tale dovendosi intendere il luogo con cui il soggetto ha una relazione di fatto, rivelata dalle consuetudini di vita e dallo svolgimento delle relazioni sociali. D’altro canto, la residenza civilistica, nel significato delineato di residenza effettiva (o c.d. di fatto), si contrappone al domicilio ex art. 43, comma 1, c.c. (che è, invece, una nozione di diritto e corrisponde al luogo in cui la persona “ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi”); per altro verso, essa non sempre coincide con la residenza anagrafica risultante dai registri anagrafici, in quanto l’una (la residenza effettiva) identifica il luogo in cui un soggetto dimora abitualmente, l’altra (quella anagrafica) indica il luogo comunicato al comune, che potrebbe nel tempo successivo al momento della comunicazione non corrispondere più alla dimora abituale della persona.
Ciò posto, dunque, se l’amministratore non ha la residenza anagrafica nel comune in cui è situato il posto di lavoro, ma vi ha collocato la propria dimora abituale, ai fini dell’interpretazione dell’art. 84 TUEL, può comunque privilegiarsi l’aspetto della tutela dell’espletamento della carica e delle comprovate esigenze connesse all’attività del lavoratore dipendente ed accedere, ai fini della rifusione delle spese di viaggio, all’orientamento giurisprudenziale in base al quale l’obbligo di residenza previsto per i dipendenti pubblici è assolto anche quando il dipendente abbia stabilito la propria effettiva e permanente dimora nel luogo in cui si trova l’ufficio, assimilandosi il concetto di residenza a quello di residenza di fatto ex art. 43 c.c..
Del resto, nel caso di specie, il militare alloggiava nella caserma sita nella sede di servizio, dovendosi considerare tale luogo di dimora abituale quale quello di residenza di fatto (peraltro, quasi obbligata dalla normativa vigente), a prescindere dal mantenimento dell’iscrizione nell’anagrafe dei residenti del comune di cui all’epoca dei fatti era amministratore.

Amministratori e organi – Rimborso forfettario spese connesse esercizio mandato enti sardi - Criteri


Il Sindaco del Comune di Ruinas chiede alla Corte dei Conti – sezione regionale di controllo  per la Sardegna, se “il rimborso forfettario delle spese connesse con l’esercizio del mandato, liquidabile al sindaco e agli assessori [...] in materia di oneri connessi all’esercizio delle funzioni elettive, deve essere calcolato in base alla misura intera stabilita dal Decreto del Ministero dell’Interno n. 119 del 04.04.2000 o in base alla misura ridotta del 10% stabilita dall’art. 1, comma 54, della legge n. 266/2005”
Con deliberazione n. 58/2019/PAR del 23 settembre 2019, la Sezione illustra che, ai fini del rimborso forfettario previsto dalla normativa regionale di riferimento, il rinvio al quantum dell’indennità di funzione prevista dalla Tabella A del d.m. 4 aprile 2000, n. 119 non può che essere inteso come decurtato, in modo permanente, ai sensi dell’art. 1, comma 54 della l. 266/2005, ispirato al contenimento dei c.d. costi della politica.
Detto rimborso, inoltre, deve ritenersi onnicomprensivo, ove ammissibile, di tutte le spese sostenute nell’esercizio del mandato elettorale, considerato che né la legge regionale né il regolamento di attuazione contemplano una specifica categoria di oneri rimborsabili quanto, piuttosto, (tutti) quelli (ammissibili) strettamente occasionati dalla funzione (che non siano espressamente vietati o ritenuti tali secondo la giurisprudenza), del resto già dichiaratamente valutati nella loro diversa graduabilità in sede di definizione dei tetti massimi.

Trasparenza, anticorruzione e privacy - Legge concretezza e rilevazione presenza in servizio - Parere Autorità Garante per la Privacy

Con provvedimento n. 167 del 19 settembre 2019, l'Autorità Garante per la Protezione dei dati personale ha espresso il proprio parere in merito allo schema di decreto del Presidente del Consiglio dei ministri concernente la disciplina di attuazione della disposizione di cui all’art. 2 della l. 56/2019, recante “Interventi per la concretezza delle azioni delle pubbliche amministrazioni e la prevenzione dell'assenteismo".
In particolare, il Garante ritiene che la norma di legge che lo schema di regolamento è tenuto ad attuare presenta profili di dubbia compatibilità con la disciplina europea e nazionale in materia di protezione dei dati personali, come già rilevato in sede di parere sullo schema di disegno di legge, nonché di audizione dinanzi alle commissioni parlamentari competenti.
Sotto un primo profilo, infatti, la previsione dell’obbligatorio impiego contestuale di due sistemi di verifica del rispetto dell’orario di lavoro (raccolta di dati biometrici e videosorveglianza) contrasta con l’esigenza di stretta necessità del trattamento rispetto al fine perseguito; esigenza tanto più rilevante rispetto ai dati biometrici, annoverati nella categoria di dati personali cui la disciplina europea accorda maggiore tutela.
Se, infatti, presupposto per l’introduzione di un sistema di attestazione della presenza in servizio così invasivo quale quello biometrico è la sua ritenuta efficacia e affidabilità, ne consegue necessariamente l’ultroneità del ricorso contestuale alla videosorveglianza, che nulla potrebbe aggiungere in termini di contrasto di fenomeni elusivi. A ciò si aggiunga che i sistemi di videosorveglianza non sono strumenti idonei, di per sé, ad assolvere alla specifica finalità di rilevazione e di computo dell’orario di lavoro.
Sotto questo profilo, quindi, l’utilizzo contestuale dei due sistemi di attestazione della presenza in servizio appare incompatibile con il canone di proporzionalità.
Per altro verso, la norma non sarebbe conforme a tali principi laddove intenda configurare la rilevazione biometrica (unitamente peraltro alle videoriprese) quale obbligatoria in ogni pubblica amministrazione.
Infatti, non può ritenersi in alcun modo conforme al canone di proporzionalità - come declinato dalla giurisprudenza europea e interna – l’ipotizzata introduzione sistematica, generalizzata e indifferenziata per tutte le pubbliche amministrazioni di sistemi di rilevazione biometrica delle presenze, in ragione dei vincoli posti dall’ordinamento europeo sul punto, a motivo dell’invasività di tali forme di verifica e delle implicazioni derivanti dalla particolare natura del dato.
Trasparenza, anticorruzione e privacy - Whistleblo

wing - Sanzioni ANAC per comportamenti ritorsivi

Con comunicato del 26 settembre 2019, l’ANAC fa sapere che, all’esito di una lunga istruttoria, l’Autorità ha irrogato una sanzione da 5.000,00 euro al responsabile di provvedimenti ritorsivi attuati nei confronti di un whistleblower. Questa, sottolinea la nota, è la prima multa comminata dall’ANAC da quando è stata approvata la l. 179/2017, che tutela da misure discriminatorie chi segnala illeciti sul luogo di lavoro.
In particolare, il caso riguardava un whistleblower, operante in un comune campano, il quale aveva denunciato per abuso d’ufficio e omissione di atti d’ufficio i componenti dell’ufficio procedimenti disciplinari, di cui lui stesso faceva parte. Nelle settimane successive alla denuncia sporta presso l’autorità giudiziaria, il dirigente era stato sospeso dal servizio per 10 giorni e in seguito per altri 12 giorni, in entrambi i casi con la contestuale privazione della retribuzione. Dopo un accurato esame della vicenda e l’audizione di due componenti dell’ufficio procedimenti disciplinari, l’ANAC ha ritenuto pretestuose e ritorsive le motivazioni alla base delle contestazioni, sanzionando il firmatario dei provvedimenti.
La l. 179/2017, che ha affidato all’Autorità il compito di verificare eventuali misure discriminatorie verso i whistleblower, prevede la possibilità di irrogare sanzioni da 5.000 a 30.000 euro nei confronti degli autori delle misure ritorsive e da 10.000 a 50.000 euro in caso di mancata analisi delle segnalazioni ricevute.
Le segnalazioni di whistleblowing possono, infatti, essere inviate, oltre che all’ANAC, anche al responsabile per la prevenzione della corruzione (RPCT) interno all’amministrazione.

Ordinamento professionale e rapporto di lavoro - Attività lavorativa e contrazione malattia - Prova nesso di causalità

In materia di nesso di causalità materiale tra l'attività lavorativa del soggetto e la contrazione di una malattia, "grava, sul lavoratore l'onere di provare, con precisione, i fatti costitutivi del diritto, dimostrando la riconducibilità dell'infermità alle modalità di svolgimento delle mansioni inerenti alla qualifica rivestita, non configurando, le mansioni inerenti alle qualifiche, un fatto notorio che non necessita di prova, atteso che esse sono variabili in dipendenza del concreto posto di lavoro, della sua localizzazione geografica, dei turni di servizio, dell'ambiente in generale".
Questo il principio ribadito dalla Corte di Cassazione - Civile, sezione lavoro - con la sentenza n. 22629 del 10 settembre 2019, con la quale ha respinto la domanda di un erede di un lavoratore comunale deceduto, volta ad ottenere il riconoscimento del diritto del dante causa all'equo indennizzo per la patologia cancerogena contratta per effetto dell'attività lavorativa. In particolare, il dipendente (addetto alla disciplina del traffico urbano) era stato affetto da una patologia cancerogena (mesotelioma pleurico) ed era deceduto a causa del decorso della malattia, per cui gli eredi chiedevano il riconoscimento dell'equo indennizzo ritenendo che la stessa fosse stata causata dall'attività lavorativa.
Tuttavia, respingendo la domanda, la Corte rileva come, nel caso in esame, fosse rimasto indimostrato il rapporto causale tra la patologia e l'attività del de cuius, non risultando accertata né la concreta dispersione di fibre di amianto a causa della circolazione veicolare né, tanto meno, una concentrazione, all'aperto, di esse in quantità tale da rappresentare "un fattore codeterminante" nell'insorgenza del mesiotelioma pleurico. Del resto, conclude il Collegio, ricade sul lavoratore l'onere di provare, con precisione, i fatti costitutivi del diritto, dimostrando la riconducibilità dell'infermità alle modalità di svolgimento delle mansioni inerenti alla qualifica rivestita, non configurando, le mansioni inerenti alle qualifiche, un fatto notorio che non necessita di prova, atteso che esse sono variabili in dipendenza del concreto posto di lavoro, della sua localizzazione geografica, dei turni di servizio, dell'ambiente in generale.

Assenze - Fruizione congedo straordinario l. 151/2001 - Obbligo comunicazione datore di lavoro


"Il lavoratore, che intenda fruirne, ha l'obbligo di presentare la richiesta di congedo straordinario al proprio datore di lavoro, secondo ciò che emerge chiaramente dalle previsioni del D.M. 21 luglio 2000, n. 278 - Regolamento recante disposizioni di attuazione dell'articolo 4 della legge 8 marzo 2000, n. 53, concernente congedi per eventi e cause particolari". Questo quanto chiarito dalla Corte di Cassazione - Civile, sezione lavoro - con la sentenza n. 22928 del 13 settembre 2019, con la quale ha respinto la domanda di un lavoratore che aveva chiesto che venisse accertata l'illegittimità del licenziamento intimatogli per intervenuto superamento del periodo di comporto.
In particolare, il soggetto aveva chiesto di scomputare dal periodo preso a riferimento le assenze collegate al congedo straordinario richiesto, ai sensi del d.lgs. 151/2001, al fine di assistere un familiare portatore di grave disabilità, posto che tale congedo era stato autorizzato dall'INPS, ma la relativa istanza non era stata portata a conoscenza del datore di lavoro. Ciò posto, dunque, il Collegio conferma il recesso, illustrando che, sulla base della normativa di riferimento, sussiste un obbligo in capo al lavoratore di trasmettere l'istanza di fruizione del congedo anche al datore.Del resto, quest'ultima non solo deve essere trasmessa all'INPS per le verifiche di competenza e in quanto soggetto che subisce l'onere finanziario del congedo, ma anche al datore di lavoro, per l'adozione delle misure organizzative che la richiesta dovesse rendere necessarie e comunque per il compimento, anche nell'interesse del dipendente, delle attività di cui alle disposizioni vigenti.
D'altra parte, essendo pacifico nel giudizio in esame che il lavoratore aveva continuativamente "coperto" il periodo contestato con certificati di malattia, non vi è dubbio che un eventuale mutamento del titolo dell'assenza avrebbe richiesto un'istanza in tal senso rivolta al datore di lavoro, prima della scadenza del periodo di comporto e al fine di sospenderne il decorso.
Difatti, chiosa la Corte, in tema di licenziamento per superamento del periodo di comporto, devono essere inclusi nel calcolo del periodo, oltre ai giorni festivi, anche quelli di fatto non lavorati, che cadano durante il periodo di malattia indicato dal certificato medico, operando, in difetto di prova contraria (che è onere del lavoratore fornire), una presunzione di continuità, in quei giorni, dell'episodio morboso addotto dal lavoratore quale causa dell'assenza dal lavoro e del mancato adempimento della prestazione dovuta, con la precisazione che la prova idonea a smentire tale presunzione di continuità può essere costituita solo dalla dimostrazione dell'avvenuta ripresa dell'attività lavorativa.
                                    A cura di Roberto Loiacono

 

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