Incarichi non autorizzati PDF Stampa E-mail

Il procedimento  disciplinare  non cancella  il danno erariale
Lo ha stabilito la Corte dei conti, Sezione giurisdizionale per il Piemonte, che  ha  condannato  per  danno  erariale  il  dipendente  di  un  ministero
Il pubblico dipendente che assuma incarichi extra in condizioni di incompatibilità o senza la necessaria autorizzazione da parte dell'amministrazione di appartenenza risponde del danno erariale a prescindere dal procedimento disciplinare avviato per la stessa fattispecie.
Questo, in sintesi, quanto stabilito dalla Corte dei conti, Sezione giurisdizionale per il Piemonte, con la sentenza n. 26/2020, con la quale è

stato condannato per danno erariale il dipendente di un ministero, disponendo il riversamento per intero delle somme percepite. Lo stesso dipendente, privo di autorizzazione da parte del datore di lavoro, aveva svolto per una decina d'anni attività extra lavorative percependone compensi.
L'articolo 53 del Dlgs 165/2001 regola il regime dell'incompatibilità per i pubblici dipendenti, imponendo al comma 7, con la sola eccezione delle fattispecie elencate al precedente comma 6, la preventiva autorizzazione dell'amministrazione di appartenenza per gli incarichi assunti a qualsivoglia titolo.
La sentenza assume interesse, in particolare, perché nel ribadire alcuni principi consolidati circa la definizione dei termini prescrizionali o la quantificazione delle somme da riversare alla Pa, evidenzia un tema ulteriore, ovvero la non alternatività del procedimento disciplinare e di quello per il danno erariale.
La difesa del convenuto aveva invocato il principio giuridico del ne bis in idem, che è teso a escludere la duplicazione di azioni processuali che mirino a conseguire, presso distinte giurisdizioni, lo stesso identico "risultato" in danno del medesimo soggetto convenuto. Il dipendente evidenziava cioè di aver già subito un procedimento disciplinare, in correlazione ai medesimi fatti contestati, con irrogazione di una sanzione.
A questa si era aggiunta la richiesta, da parte della stessa amministrazione, di riversamento dei compensi percepiti: recupero poi avviato attraverso alcune trattenute in busta paga. Secondo la tesi difensiva, in sostanza, quanto disposto sul piano disciplinare erodeva i presupposti per la contestazione del danno erariale, che si riteneva assorbito dal primo.
I magistrati piemontesi hanno respinto però l'assunto, evidenziando quanto il procedimento disciplinare non sia affatto surrogatorio dell'azione della procura contabile, secondo il comma 7-bis dell'articolo 53.
Il procedimento disciplinare ha natura amministrativa e afferisce alla regolazione del rapporto di lavoro; è un bene giuridico distinto dagli interessi finanziari e patrimoniali della Pa, e distinti sono pertanto i profili giuridici in esame.
La richiesta di riversamento delle somme percepite dal dipendente da parte della Pa, in effetti, era giunta separatamente e successivamente al procedimento disciplinare; elemento, questo, confermativo dell'alterità delle due fattispecie.
Fatto salvo che le somme acquisite dalla Pa fino a quel momento potevano certamente essere tenute in conto a scomputo del totale da riversare, la Corte ha condannato per danno erariale il dipendente, quantificandone l'importo nell'ammontare complessivo del compenso lordo da questi percepito, senza alcuna riduzione per quanto versato per far fronte agli obblighi fiscali e contributivi; e senza neppure distinguere, nello specifico, tra somme corrisposte a titolo di compenso ed eventuali rimborsi spese.

 

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