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Varie – Emergenza epidemiologica COVID-19 – D.M. 19 ottobre 2020 su lavoro agile

È stato pubblicato sulla G.U. n. 268 del 28 ottobre 2020, il d.m. 19 ottobre 2020 del Ministero per la Pubblica Amministrazione, concernente “Misure per il lavoro agile nella pubblica amministrazione nel periodo emergenziale”, in vigore fino al 31 dicembre 2020. Il decreto contiene la nuova disciplina emergenziale sul lavoro agile nella PA dando attuazione alle norme del “decreto Rilancio” (d.l. 34/2020), alla luce dei d.p.c.m. 13 ottobre 2020 e 18 ottobre 2020. Fino al 31  dicembre 2020, la PA dovrà organizzare  il lavoro dei propri dipendenti e l’erogazione dei servizi attraverso la flessibilità  dell’orario  di  lavoro,  rivedendone  l’articolazione giornaliera e settimanale, introducendo modalità  di  interlocuzione programmata, anche attraverso soluzioni digitali e  non  in  presenza con l’utenza, applicando il lavoro agile almeno  al 50% del personale impiegato  nelle  attività  che  possono  essere svolte in tale modalità. Inoltre, fino a fine anno non è richiesto l'accordo individuale, che a partire invece dal 01 gennaio, dovrà dare disciplina all'esecuzione della prestazione lavorativa svolta all'esterno dei locali aziendali, in smart working.

Trasparenza, anticorruzione e privacy - Adozione piano triennale informatica – Triennio 2020-2022

E’ stato pubblicato sulla G.U. n. 255 del 15 ottobre 2020  il comunicato del Presidente del Consiglio dei Ministri,  concernente “Adozione del piano triennale per l’informatica nella pubblica amministrazione 2020-2022”. Con  il comunicato viene reso noto che con d.p.c.m. 17 luglio 2020 è stato approvato il piano triennale  per l’informatica nella pubblica amministrazione 2020-2022, ai sensi  dell’art. 14-bis, comma 2, lettera  b), del d.lgs. 82/2005. Il decreto di approvazione e l’allegato piano sono reperibili sui siti web istituzionali del Ministro per  l’innovazione tecnologica  e   la   digitalizzazione e dell’Agenzia per l’Italia digitale.

Trasparenza, anticorruzione e privacy - Accesso atti whistleblower – Atti ANAC

L’ANAC deve consentire l’accesso agli atti richiesto da un whistleblower, le cui segnalazioni siano state archiviate dall’Autorità, al fine di prendere coscienza dei motivi alla base della decisione. Questo, in sintesi, quanto deciso dal TAR Lazio – sezione prima – con sentenza del 23 ottobre 2020, n. 10818, con la quale ha accolto il ricorso di un dipendente comunale che, nonostante l’inoltro di alcune segnalazioni all’ANAC, aveva visto archiviare il procedimento dall’Autorità.
In particolare, l’ANAC aveva respinto l'istanza di accesso dallo stesso presentata, con riferimento alla deliberazione del Consiglio che aveva disposto l’archiviazione di alcune segnalazioni effettuate.
Per cui, il lavoratore aveva presentato istanza di accesso, in risposta alla quale l’ANAC gli aveva fornito copia esclusivamente di uno stralcio della deliberazione, ed esattamente dello stralcio di verbale consistente in poche parole (testualmente: “Il Consiglio delibera in conformità alla proposta dell’Ufficio”), che richiamavano una proposta non conosciuta e non allegata alla delibera. Il ricorrente aveva, quindi, avanzato nuova istanza di accesso, richiedendo espressamente copia della proposta di deliberazione correlata, ma l’ANAC aveva respinto l’istanza. Ciò posto, nell’accogliere il ricorso, il TAR illustra che, ai fini della sussistenza del presupposto legittimante per l’esercizio del diritto di accesso, deve esistere un interesse giuridicamente rilevante del soggetto che richiede l’accesso, non necessariamente consistente in un interesse legittimo o in un diritto soggettivo, ma comunque giuridicamente tutelato, ed un rapporto di strumentalità tra tale interesse e la documentazione di cui si chiede l’ostensione, nesso di strumentalità che deve, peraltro, essere inteso in senso ampio, posto che la documentazione richiesta deve essere, genericamente, mezzo utile per la difesa dell’interesse giuridicamente rilevante.
Pertanto, nel caso in esame, il Collegio ha riconosciuto in capo al ricorrente, quando era ancora dipendente del comune e nella qualità di whistleblower (ai sensi dell’art. 54-bis del d.lgs. 165/2001), la sussistenza di un interesse diretto al documento al quale era stato chiesto l’accesso, in considerazione del fatto che la delibera in questione aveva provveduto su alcune segnalazioni dallo stesso effettuate. Né poteva ritenersi applicabile l’ipotesi ostativa prevista dal “Regolamento disciplinante i procedimenti relativi all’accesso civico, all’accesso civico generalizzato ai dati e ai documenti detenuti dall’ANAC e all’accesso ai documenti amministrativi ai sensi della l241/1990” del 24.10.2018, che esclude dall’accesso “le proposte degli uffici”, poiché tale disposizione fa espressamente salvo il caso in cui tali proposte costituiscano “motivazione per relationem dell’atto o provvedimento”, come, appunto, accaduto nel caso di specie. La delibera di cui il ricorrente aveva chiesto l’ostensione, infatti, conteneva, nella motivazione, un espresso richiamo alla proposta di deliberazione, che però non era stata resa disponibile; trattandosi di atto richiamato per relationem nella motivazione del provvedimento, lo stesso doveva quindi ritenersi ostensibile.

Trattamento economico – Incentivi funzioni tecniche – Erogabilità per verifica preventiva progettazione

Il Presidente della Provincia di Modena rivolge alla Corte dei Conti – sezione regionale di controllo per l’Emilia Romagna, una richiesta di parere “in ordine alla legittimità di un accordo o convenzione fra Enti locali al fine di utilizzare il personale dipendente dell’Ufficio tecnico di altra amministrazione”, chiedendo se il tecnico dipendente pubblico posto in ausilio all’amministrazione appaltante possa essere remunerato, per l’attività di “verifica del progetto di una opera pubblica ex art. 26 lettera C )” del d.lgs. 50/2016, tramite l’utilizzo degli incentivi per funzioni tecniche, previsti dall’art. 113, e già accantonati all’interno del quadro economico del progetto dell’opera pubblica e nel relativo capitolo di spesa.
A tal fine, precisa che “l’accordo in sottoscrizione dovrebbe quindi prevedere espressamente la remunerazione di tale attività di verifica tramite il trasferimento di dette somme dall’amministrazione committente i lavori, a favore di quella che mette a disposizione l’ufficio tecnico al fine dell’attività di verifica”.
Con deliberazione n. 87/2020/PAR del 06 ottobre 2020, la Sezione ritiene che l’attività di verifica preventiva della progettazione, di cui all’art. 26 del d.lgs. 50/2016, svolta dai soggetti o dal soggetto individuati dal comma 6 dell’art. 26 nel rispetto delle condizioni di incompatibilità di cui al successivo comma 7, nonché caratterizzata in concreto da una particolare complessità che consenta di derogare al principio di onnicomprensività della retribuzione già in godimento, è incentivabile a norma dell’art. 113 del medesimo decreto, anche a favore del dipendente pubblico di altra amministrazione aggiudicatrice posto in ausilio della stazione appaltante. In ogni caso, le condizioni di carattere generale che, in base all’art. 113 del Codice dei contratti, devono comunque sussistere ai fini dell’incentivabilità delle funzioni tecniche, sono così enucleabili:
    a. che l’amministrazione sia dotata di apposito regolamento interno, essendo questa la condizione essenziale ai fini del legittimo riparto tra gli aventi diritto delle risorse accantonate sul fondo e sede idonea per circoscrivere dettagliatamene le condizioni alle quali gli incentivi possono essere erogati;
    b. che le risorse finanziarie del fondo costituito ai sensi dell’art. 113 comma 2, siano ripartite, per ciascuna opera, lavoro, servizio e fornitura, con le modalità e i criteri previsti in sede di contrattazione decentrata integrativa del personale;
    c. che il relativo impegno di spesa sia assunto a valere sulle risorse stanziate nel quadro economico dell’appalto, attraverso la costituzione di un apposito fondo vincolato non superiore al 2% dell’importo dei lavori posti a base di gara (e dunque che alla base dell’affidamento vi sia una procedura di gara);
    d. che l’incentivo spettante al singolo dipendente non ecceda il tetto annuo lordo del 50% del trattamento economico complessivo.

Varie – Affidamento servizio gestione personale (amministrativo e/o contabile) – Riserva

I servizi che riguardano le prestazioni in materia di lavoro, previdenza e assistenza dei lavoratori, possono essere esercitati, in via esclusiva, solo dai professionisti iscritti in appositi albi, ancorché aggregati in forma societaria, nel rispetto delle previsioni di cui all’art. 10 della l. 183/2011. Questo, in sintesi, quanto ricordato dal TAR Lazio – sezione seconda-ter – con sentenza del 28 ottobre 2020, n. 11035, con la quale ha accolto il ricorso di una ditta partecipante ad una procedura di affidamento del servizio relativo alla gestione operativa dei processi dell’amministrazione del personale, avverso l’aggiudicazione disposta in favore di altra compagine non costituita nella forma di società tra professionisti.
In particolare, il Collegio evidenzia come, alla luce del quadro normativo vigente, le attività riservate ai professionisti abilitati ai sensi dell’art. 1 della l. 12/1979 possono essere esercitate in forma societaria soltanto ove sia costituita una società tra professionisti, nel rispetto dei criteri stabiliti dall’art. 10 della l. 183/2011.
Sul punto, infatti, anche il Consiglio di Stato ha evidenziato che l’art. 1, commi 1 e 5, della l. 12/1979, letto in combinato disposto con l’articolo 10, citato, va inteso nel senso di non consentire la partecipazione di una gara di appalto di servizi avente ad oggetto lo svolgimento di prestazioni per le quali opera la riserva di iscrizione all’albo professionale da parte di società commerciali diverse da quelle costituite ed operanti ai sensi del richiamato art. 10, pur se le società assicurino che le attività professionali saranno effettivamente espletate da un professionista legato alle società da un rapporto di lavoro subordinato.
Infatti, allo stato dell’ordinamento nazionale, i Giudici ritengono che il modello delle società fra professionisti costituisca la sola forma ammessa di esercizio in forma societaria delle professioni intellettuali di cui al Libro V – Titolo IV – Capo II del Codice Civile.
Dalla lettura delle previsioni riportate emerge l’indiscutibile riconducibilità al novero degli adempimenti professionali di alcune delle attività sopra descritte, laddove implicano l’attività di elaborazione delle buste paga e di cura delle elaborazioni necessarie agli adempimenti previdenziali e assicurativi, attività connotate da una certa complessità di tipo tecnico-giuridico e/o tecnico-contabile, che si attuano attraverso l’espletamento di prestazioni di carattere intellettuale implicanti l’acclarato possesso di specifiche cognizioni lavoristico-previdenziali, ossia di prestazioni per le quali opera il regime di riserva legale dell’iscrizione agli albi professionali previsto dall’art. 1 della citata l. 12/1979.

Incarichi e incompatibilità – Illegittima revoca incarico professionale – Risarcimento lucro cessante

Va risarcito l’incaricato dall’ente che, a seguito di un’illegittima revoca dell’affidamento, sia impossibilitato a portare a termine la prestazione richiesta e, conseguentemente, ad ottenere il pagamento di quanto pattuito. Questa, in estrema sintesi, la decisione del TAR Sicilia – sede di Catania, sezione prima - del 20 ottobre 2020, n. 2682, con la quale ha affronta la problematica riguardante il risarcimento del danno, da parte di un ente locale, a seguito di una revoca illegittima di un incarico professionale. In particolare, il comune aveva conferito apposito incarico ad un ingegnere, per l’elaborazione di un progetto esecutivo per la realizzazione di opere di urbanizzazione secondaria nei piani di recupero, nonché la direzione dei lavori.
Tuttavia, successivamente, l’ente deliberava la decadenza del professionista dal predetto incarico, a causa della mancata presentazione degli elaborati progettuali nei termini previsti dal medesimo contratto e dal disciplinare (in realtà, non decorsi). Avverso tale revoca, in ogni caso, il soggetto aveva proposto ricorso al Capo dello Stato, il quale accoglieva le doglianze, con conseguente declaratoria d’illegittimità della revoca. Ciò premesso, il TAR, investito della controversia, riconosce al professionista il risarcimento del lucro cessante, quantificandolo in una somma non superiore al 3% - in ragione della mancata diversa prova del compenso dovuto per i servizi di cui alla deliberazione illegittimamente revocata - calcolato avuto riguardo al compenso attribuito all’altro professionista nominato in luogo del ricorrente per l’espletamento dello specifico servizio illegittimamente revocato, oltre rivalutazione e interessi dal fatto illecito sino al soddisfo.

Segretari, dirigenti e PO - Revoca dirigente per “rotazione” - Illegittimità

“Mentre per il conferimento (id est la conferma) di un incarico di funzione dirigenziale, rimesso alla discrezionalità del datore di lavoro, si tiene conto, in relazione alla natura e alle caratteristiche degli obiettivi prefissati, delle attitudini e delle capacità professionali del singolo dirigente nel rispetto dei criteri generali eventualmente stabiliti dalla pubblica amministrazione (potendo il giudice solo verificare se l'operato dell'amministrazione trovi o meno fondamento nei predetti criteri generali), la revoca dell'incarico, presupponendo l'instaurazione di un rapporto contrattuale incontra i limiti legislativamente e pattiziamente stabiliti”. Così la Corte di Cassazione – Civile, sezione lavoro – con ordinanza n. 21482 del 06 ottobre 2020, con la quale ha analizzato il ricorso di un dirigente comunale avverso gli atti con cui l’ente lo aveva “trasferito” ad altro incarico, in virtù di una supposta rotazione degli incarichi. In particolare, ricostruisce il Collegio, il soggetto (architetto) era stato dirigente del settore urbanistica e assetto del territorio del comune, dal 1998 sino al novembre 2009, con incarico confermato fino al 30 giugno 2010.
Tuttavia, nonostante fosse sempre stato valutato positivamente e senza aver mai ricevuto rilievi o contestazioni di alcun genere, a novembre 2009 (appena tre mesi dopo la conferma nell'incarico), il sindaco disponeva il suo trasferimento alla dirigenza di altro settore (traffico, trasporti, mobilità urbana e grandi infrastrutture), per una asserita rotazione tra i settori tecnici.
In realtà, ad avviso del ricorrente, non vi era stata alcuna rotazione tra i settori tecnici, essendo stato egli l'unico dirigente in organico ad essere trasferito, per cui il provvedimento adottato avrebbe violato la previsione di cui all'art. 109, comma 1, del d.lgs. 267/2000, che consente la revoca degli incarichi dirigenziali solo in caso di inosservanza delle direttive o in caso di mancato raggiungimento, al termine di ciascun anno finanziario, degli obiettivi assegnati nel piano esecutivo di gestione o per responsabilità particolarmente grave e reiterata e negli altri casi previsti dai contratti collettivi di lavoro. Sicché, il trasferimento disposto si configurava come illegittimo considerato, peraltro, che il settore di nuova destinazione era molto meno importante di quello in precedenza diretto ed aveva perciò determinato un demansionamento (mentre il settore di provenienza era stato affidato ad un soggetto esterno).
Tutto ciò premesso, la Corte conferma la tesi del dirigente (nel frattempo collocato a riposo), illustrando come la normativa preveda che la revoca di un incarico possa scaturire o da un procedimento disciplinare o dal mancato raggiungimento degli obiettivi o da esigenze riorganizzative adeguatamente motivate.
Quanto, in particolare alle indicate ragioni riorganizzative, la revoca anticipata dell'incarico dirigenziale per tali esigenze, prevista dalla contrattazione collettiva, deve essere adottata con un atto formale e richiede una motivazione esplicita, fondata su ragioni attinenti al settore cui è preposto il dirigente.
Nel caso di specie, invece, la revoca anticipata era scaturita da una mera rotazione di incarichi (a seguito del nuovo mandato elettorale), per effetto della quale al ricorrente era stato assegnato altro incarico; ma tale “scambio” di incarichi (peraltro, limitato a tre soli settori dell'organigramma comunale e senza che vi fosse una ragione diversa dall'esigenza di garantire la rotazione degli incarichi e specificamente collegata al settore cui il soggetto era stato assegnato) non integrava, evidentemente, quella riorganizzazione richiesta dalla disciplina pattizia per una revoca anticipata di un incarico dirigenziale.

Incarichi e incompatibilità – Svolgimento attività gestoria personale in staff – Prova danno erariale
Il conferimento di compiti di amministrazione attiva in capo al personale collocato in posizione di staff, benché sicuramente illegittima, non configura automaticamente un danno erariale, qualora non sia provato un pregiudizio economicamente valutabile all’erario dell’ente (ad esempio, riconoscendo un compenso ingiustificatamente elevato all’incaricato per remunerare le attività gestorie aggiuntive).
Questa la decisione assunta dalla Corte dei Conti – sezione giurisdizionale per la regione siciliana – con sentenza n. 542 del 08 ottobre 2020, con la quale ha respinto la domanda della procura contabile, per la declaratoria della sussistenza di un danno erariale ascrivibile ai componenti di una giunta comunale.
In particolare, i magistrati requirenti avevano chiesto di condannare i componenti della giunta comunale, per il danno derivato dall’illegittima attribuzione, per gli anni dal 2011 al 2014, di incarichi dirigenziali gestionali al capo di gabinetto in staff all’organo politico, quantificandolo nell’intera retribuzione riconosciuta al soggetto durante l’intero periodo. Tuttavia, pur riconoscendo che nel caso in esame l’incaricato aveva illegittimamente svolto compiti di amministrazione attiva (precedentemente affidati alla direzione generale e concernenti la gestione del personale), il Collegio manda esenti da responsabilità erariale gli amministratori, illustrando che dallo svolgimento di attività gestorie aggiuntive, sia pure illegittimo, non era disceso (o, per lo meno, non era stato provato) alcun danno, in quanto la retribuzione riconosciuta al soggetto era in linea con la natura dell’incarico di staff.
Talché, non poteva ritenersi che la specifica retribuzione erogata al collaboratore potesse qualificarsi come danno erariale, essendo stata erogata anche per attività assolutamente legittima, incontestabilmente svolta.

Amministratori e organi - Infortunio in itinere amministratori – Requisiti indennizzabilità

È qualificabile come infortunio in itinere, e dunque indennizzabile da parte dell’assicurazione generale dell’INAIL, l’infortunio occorso al sindaco, vittima di un incidente stradale durante lo svolgimento di attività connesse all’incarico ricoperto. Questo, in sintesi, quanto deciso dalla Corte di Cassazione – Civile, sezione lavoro – con ordinanza n. 22084 del 13 ottobre 2020, con la quale ha confermato la sentenza che aveva accolto il ricorso degli eredi di un sindaco, per la condanna dell'INAIL all’erogazione delle prestazioni assicurative conseguenti al decesso dell’amministratore, avvenuto a seguito di un incidente stradale.
In particolare, l’Istituto aveva posto l’accento sul fatto che il primo cittadino non era soggetto assicurato ex art. 4 del d.p.r. 1124/1965, in quanto il comune non aveva mai versato i contributi all'INAIL per conto del medesimo (non svolgente attività lavorativa per conto del comune), né il medesimo era collocato in aspettativa non retribuita rispetto al rapporto di lavoro intercorrente con il proprio datore di lavoro privato, di talché non poteva invocarsi neanche il disposto dell'art. 86 del d.lgs. 267/2000.Tuttavia, nel confermare la condanna, la Cassazione illustra che la fruizione dell'aspettativa non retribuita da parte del dipendente, una volta eletto quale amministratore di ente locale, è un fatto che va provato nella singola fattispecie in quanto deriva dalla scelta dello stesso amministratore eletto e, dunque, non opera in via automatica. Del resto, precisa il Collegio, l'aspettativa è soltanto uno dei possibili strumenti normativi disposti dal legislatore per consentire agli incaricati di funzioni pubbliche elettive di disporre del tempo necessario per l'esercizio del mandato ed è uno strumento alternativo ai permessi retribuiti e non retribuiti che il lavoratore potrebbe richiedere e che sono compatibili con l'esecuzione del contratto di lavoro. In sostanza, l'aspettativa non retribuita non rappresenta l'effetto irrinunciabile dell'espletamento di cariche pubbliche elettive ma solo un'ulteriore tutela riconosciuta dal legislatore.

Assenze – Superamento periodo comporto – Forma licenziamento

“Allorquando il lavoratore abbia direttamente impugnato il licenziamento, anche in via stragiudiziale, per superamento del periodo di comporto, la mancata ottemperanza del datore di lavoro alla richiesta di esplicitazione dei motivi è ininfluente ai fini della legittimità del licenziamento stesso”. Questo il principio ribadito dalla Corte di Cassazione – Civile, sezione lavoro – con ordinanza n. 22998 del 21 ottobre 2020, con la quale ha confermato la legittimità del licenziamento, per superamento del periodo di comporto, ad un lavoratore.
In particolare, il soggetto aveva lamentato che, nonostante l’intervenuta impugnativa stragiudiziale del licenziamento, il datore aveva omesso di esplicitare i motivi dell’allontanamento, per cui tale carenza avrebbe determinato l’illegittimità dello stesso.
Al contrario, la Cassazione illustra che, in tema di licenziamento per superamento del comporto, anche nel regime successivo all'entrata in vigore dell'art. 1, comma 37, della l. 92/2012, il datore di lavoro non deve specificare nella comunicazione i singoli giorni di assenza, potendosi ritenere sufficienti indicazioni più complessive, idonee ad evidenziare il superamento del comporto in relazione alla disciplina contrattuale applicabile, quali il numero totale di assenze verificatesi in un determinato periodo, fermo restando l'onere, nell'eventuale sede giudiziaria, di allegare e provare, compiutamente, i fatti costitutivi del potere esercitato.

Ordinamento professionale e rapporto di lavoro – Demansionamento – Prova del danno

“In tema di demansionamento e dequalificazione professionale, il pregiudizio - danno non patrimoniale - non si identifica con l'inadempimento datoriale e non si pone quale conseguenza automatica di ogni comportamento illegittimo rientrante nella suindicata categoria, cosicché non è sufficiente dimostrare la mera potenzialità lesiva della condotta datoriale, incombendo sul lavoratore non solo di allegare il demansionamento, ma anche di fornire la prova ex art. 2697 c.c. del danno non patrimoniale e del nesso di causalità con l'inadempimento datoriale”. Questo il principio ribadito dalla Corte di Cassazione – Civile, sezione lavoro – con ordinanza n. 23144 del 22 ottobre 2020, con la quale è stato respinto il ricorso di un lavoratore volto ad ottenere il risarcimento del danno derivante da un asserito demansionamento. In particolare, confermando la sentenza di appello che aveva statuito per l’infondatezza della domanda, la Corte illustra che il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale non ricorre automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale e, in ogni caso, non può prescindere da una specifica allegazione, dall'esistenza di un pregiudizio provocato sul fare (a)reddituale del soggetto tale da alterarne le abitudini e gli assetti relazionali, inducendolo a scelte di
vita diverse. Del resto, incombe al lavoratore non solo allegare il demansionamento, ma anche di fornire la prova ex art. 2697 c.c. del danno non patrimoniale e del nesso di causalità con l'inadempimento datoriale e, pur potendo ricorrere alla prova per presunzioni, non può prescindersi dall'allegazione di fatti storici specifici ed individuati senza la cui prova non possa darsi fondamento al ragionamento presuntivo. Dunque – prosegue la Cassazione - in termini generali, il dato di fondo è quello che il pregiudizio è cosa diversa dall'inadempimento, anche se il primo può essere desunto attraverso la prova per presunzioni, purché gli indizi siano integrati da elementi (allegati) che in concreto e non in astratto descrivano durata del demansionamento, conoscibilità all'interno ed all'esterno dell' ambiente lavorativo, frustrazione di aspettativa di progressione professionale, riflessi sulle abitudini di vita del soggetto.
Circostanze queste che, nel caso in esame, difettavano totalmente.

Assenze – Fruizione permessi l. 104/1992 – Forme assistenza disabile

“Il permesso di cui alla L. n. 104 del 1992, art. 33, è riconosciuto al lavoratore in ragione dell'assistenza al disabile e in relazione causale diretta con essa, senza che il dato testuale e la "ratio" della norma ne consentano l'utilizzo in funzione meramente compensativa delle energie impiegate dal dipendente per detta assistenza. Ne consegue che il comportamento del dipendente che si avvalga di tale beneficio per attendere ad esigenze diverse integra l'abuso del diritto e viola i principi di correttezza e buona fede, sia nei confronti del datore di lavoro che dell'Ente assicurativo, con rilevanza anche ai fini disciplinari”. Questo quanto ribadito dalla Corte di Cassazione – Civile, sezione lavoro – con ordinanza n. 23434 del 26 ottobre 2020, chiamata a valutare la legittimità del licenziamento irrogato ad una lavoratrice per un presunto abuso del diritto in ordine alla fruizione di 3 giorni di permesso retribuiti ex art. 33 della l. 104/1992. In particolare, confermando l’illegittimità della sanzione espulsiva irrogata alla lavoratrice, la Corte preliminarmente illustra che in base alla ratio della l. 104/1992, art. 33, comma 3 (che attribuisce al lavoratore dipendente che assiste persona con handicap in situazione di gravità il diritto di fruire di tre giorni di permesso mensile retribuito, coperto da contribuzione figurativa), è necessario che l'assenza dal lavoro si ponga in relazione diretta con l'esigenza per il cui soddisfacimento il diritto stesso è riconosciuto, ossia l'assistenza al disabile.
Questa può essere prestata con modalità e forme diverse, anche attraverso lo svolgimento di incombenze amministrative, pratiche o di qualsiasi genere, purché nell'interesse del familiare assistito.
Dunque, il comportamento del prestatore di lavoro subordinato che non si avvalga del permesso previsto dal citato art. 33, in coerenza con la funzione dello stesso, ossia l'assistenza del familiare disabile, integra un abuso del diritto in quanto priva il datore di lavoro della prestazione lavorativa in violazione dell'affidamento riposto nel dipendente ed integra, nei confronti dell'ente di previdenza erogatore del trattamento economico, un'indebita percezione dell'indennità ed uno sviamento dell'intervento assistenziale. Tuttavia, nel caso di specie, era stato accertato che la lavoratrice, alla quale erano stati concessi tre giorni consecutivi di permesso, aveva utilizzato un numero di ore ben oltre quelle del suo orario di lavoro all'assistenza e all'accudimento al padre, recandosi presso la sua abitazione. Dunque, dagli atti non poteva ritenersi provato che la lavoratrice avesse utilizzato i permessi per svolgere solo o prevalentemente attività nel proprio interesse, dovendosi escludere che si fosse verificato un utilizzo dei permessi in funzione meramente compensativa delle energie impiegate dal dipendente per l'assistenza.

Varie - Emergenza epidemiologica COVID-19 – D.P.C.M. 3 novembre 2020

Con comunicato del 4 novembre 2020, il Governo fa sapere che è stato firmato il d.p.c.m. 3 novembre 2002, contenente le nuove misure per fronteggiare l'emergenza epidemiologica da COVID-19. In particolare, le misure saranno applicate sulla base di un sistema calibrato su tre fasce di rischio, in aggiunta a norme applicabili in tutto il territorio nazionale. Tra le disposizioni valide per tutta Italia, vi sarà coprifuoco dalle 22 alle 5 del mattino, insieme ad una serie di restrizioni come la chiusura dei centri commerciali nel weekend, la didattica a distanza per tutti gli studenti delle superiori e l’obbligo di mascherina in classe anche alle elementari, oltre ad una estensione dello smart working sia nella pubblica amministrazioni che settore privato.

Trasparenza, anticorruzione e privacy - Prevenzione corruzione e trasparenza - Monitoraggio attuazione piani triennali

Con comunicato del 03 novembre 2020, l’ANAC fa sapere che, a partire dal 2 novembre, sulla piattaforma online per l'acquisizione dei piani triennali sono stati aggiunti i moduli grazie ai quali è possibile inserire i dati relativi al monitoraggio dell’attuazione delle misure di prevenzione della corruzione e della trasparenza.
Le informazioni di dettaglio e le guide all’uso delle nuove funzionalità sono disponibili nella pagina di accesso al servizio https://servizi.anticorruzione.it/ptpc/.
Sarà data successiva comunicazione riguardante la disponibilità della Relazione Annuale che viene automaticamente generata dal sistema a fronte della compilazione di tutti i moduli.

Assenze – Mobilità intercompartimentale e ferie non godute - Trattamento
Un ente chiede all’ARAN se, in caso di mobilità tra amministrazioni appartenenti a comparti diversi, il dipendente abbia diritto al pagamento delle ferie non godute.
Con parere CFL106 del 03 novembre 2020, l’Agenzia evidenzia che l’art. 28, comma 11, del CCNL del 21.5.2018 prevede espressamente che le ferie maturate e non godute per esigenze di servizio sono monetizzabili solo all’atto della cessazione del rapporto di lavoro, nei limiti delle vigenti norme di legge e delle relative disposizioni applicative. In base al suo inequivoco tenore letterale, la disposizione consentirebbe la monetizzazione delle ferie solo all’atto della cessazione del rapporto di lavoro. Nel caso della mobilità di cui all’art. 30 del d.lgs. 165/2001, non vi è cessazione del rapporto di lavoro con costituzione di un nuovo rapporto di lavoro, ma la continuazione del precedente rapporto, con i medesimi contenuti e caratteristiche, con un nuovo datore di lavoro. Di conseguenza, trattandosi della prosecuzione del precedente rapporto di lavoro, mentre deve ritenersi esclusa la possibilità di monetizzare le ferie maturate e non godute dal dipendente prima del trasferimento, è senz’altro possibile che egli ne fruisca presso il nuovo datore di lavoro. Infatti, le ferie, costituendo un diritto irrinunciabile, non sono soggette ad alcun tipo di prescrizione, ferme restando le responsabilità previste dalla normativa vigente in caso di mancata tempestiva fruizione delle stesse.
Amministratori e organi – Rimborso oneri contributivi sindaco - Requisiti

Il Sindaco di San Benedetto dei Marsi interroga la Corte dei Conti – sezione regionale di controllo per l’Abruzzo, chiedendo se l’ente può rimborsare al sindaco, libero professionista (avvocato), in carica dal 2013 fino ad oggi, che non ha sospeso l’attività, gli oneri per i contributi previdenziali, assistenziali ed assicurativi, che ha sostenuto a proprio carico dal 2014 fino ad oggi, alla luce dell’art. 86, comma 2, del d.lgs. 267/2000.
Con deliberazione n. 269/2020/PAR del 29 ottobre 2020, la Sezione esprime il convincimento che l’art. 86 del d.lgs. 267/2000 prescriva agli enti locali il versamento degli oneri assistenziali, previdenziali e assicurativi, ai rispettivi istituti previdenziali, per i soli lavoratori, dipendenti o meno, che espletano un mandato amministrativo fra quelli previsti nel primo comma del predetto art. 86, in un ente locale avente la grandezza demografica stabilita, e che abbiano deciso di destinare al servizio della comunità in cui sono stati eletti, il tempo che avrebbero impiegato per le proprie attività lavorative.  Perché ricorra l’obbligo del versamento da parte dell’ente degli oneri assistenziali, previdenziali e assicurativi in favore dell’amministratore locale, la norma richiede che ricorrano due requisiti concomitanti: l’elezione ad una carica elettiva ed il conseguente sacrificio del tempo destinato all’ordinaria propria attività lavorativa. Dunque, l’art. 86, comma 2, TUEL può trovare applicazione solo quando il lavoratore autonomo, che ricopre una delle cariche previste dal primo comma, in un ente avente la popolazione ivi prevista (nel caso dei comuni, sindaco, assessori se ente avente popolazione superiore ai 10.000 abitanti, presidenti dei consigli se ente avente popolazione superiore ai 50.000 abitanti), si astenga del tutto dall’attività lavorativa (circostanza che il lavoratore autonomo ha l’onere di comprovare in costanza di mandato amministrativo).
                                     A cura di Roberto Loiacono

 

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